Quando la donna si lascia sgualcire come un fiore

«La cameriera della baronessa Putbus»: un brano inedito in Italia

Poiché mio padre sarebbe partito entro pochi giorni per l’Austria, mia madre sarebbe rimasta sola. Ma io non ci pensavo affatto. La mia decisione era stata presa, il mio viaggio preparato, ma la mia felicità, che sembrava completamente al sicuro, rischiò all’improvviso di crollare quando, nel momento in cui stavo già accarezzando quella solitudine in cui avrei posseduto a mio puro piacimento a Venezia la cameriera di Madame Putbus, conoscendo benissimo tutto quello che la vita insieme a lei poteva regalare, la mia felicità tremò dalle fondamenta quando mia madre mi comunicò che aveva appena deciso che sarebbe partita anche lei per Venezia. Saremmo partiti tutti insieme, avremmo accompagnato mio padre fino a Trieste. E così tutto era organizzato. Grazie a questo viaggio avrei potuto conoscere in una cornice splendida una donna come non avevo mai avuto occasione di vederne, eppure nello stesso momento, come un potere immenso neutralizzato, avrei avuto la felicità vicinissima a me senza poter toccarla, dovendo essere la presenza di mia madre un impedimento ad essere libero, a poter condurre a Venezia con quella donna la vita della quale m’immaginavo ad ogni istante con ebbrezza. Mia madre sarebbe stata là come un terzo estraneo che salga sul vagone di un treno in cui si pensa che una donna di (parola illeggibile), che non si rivedrà mai più, sta per donarsi. Il furore nel vedermi strappare così negativamente il mio piacere impedendomi di approfittarne mi dette una sorta di audacia, di cinismo, di asprezza nel difendere il mio bene. Supplicai mia madre di non venire, dissi che avrei preferito rinunciare al viaggio, sentivo che le davo prova d’indifferenza, mi disprezzavo, la detestavo mentre sentivo che lei stessa mi avrebbe disprezzato, avrebbe giudicato retrospettivamente che tutta la mia tenerezza non era stata che una commedia; tuttavia non me ne curavo, in me non esisteva ormai che un solo essere, avido di un certo piacere di cui prendeva le difese. Mi disprezzavo nel rivelarmi a mia madre sotto quella luce, ma più di tutto m’importava quello scopo, svellere l’ostacolo, il solo ostacolo a un piacere già sicuro, già realizzato nel mio pensiero e che lo sarebbe stato effettivamente entro due giorni. \
L’istante del possesso è quello in cui la donna rimuove talmente da lei ogni intenzione, ogni passione, si fa passiva e dolce per lasciarsi sgualcire come un fiore tanto che in quel momento la donna più maestosa e più crudele diventa nel suo dolce sorridere silenzioso una donna gentile. Gli esseri che possiedono qualche privilegio, qualche talento, al momento in cui si danno, poiché si sanno superiori, sono modesti, perché sono felici di dare piacere, sono buoni, perché eliminano ogni ricercatezza per non occuparsi che di colui a cui vogliono dare piacere, sono quasi infantili. Quel momento per le donne è il momento in cui esse si danno. Come quei pittori che, al favore che vi fanno dipingendo un vostro bel ritratto, aggiungono in sovrappiù un’eccellente colazione prima della posa o un gustoso rinfresco a metà, e vi fanno conoscere delle dame fascinose che vengono a trovarli mentre si posa, e vi fanno questo regalo al di sopra del mercato, allo stesso modo le donne al momento in cui vi danno piacere fanno mille cose gentili che eccedono questa gentilezza, dimenticano che sono costrette, vogliono innanzitutto che si stia bene, vi fanno della cioccolata, si alzano per chiudere la porta, vi restano vicino più tempo di quanto non farebbe un’infermiera, tornano per due volte a vedere i Giotto ai quali non vi accompagnerebbe forse nemmeno un compagno intelligente che per la seconda volta preferirebbe vedere i Mantegna degli Eremitani.