Quando essere romano era la missione

Secondo R.H. Barrow fu il senso d’appartenenza allo spirito della città a segnarne le sorti

Racchiudere il «segreto» di Roma in poco più di duecento pagine è possibile. Perché R.H. Barrow, nel suo I Romani, spizzica. Anziché cimentarsi nella poco significativa impresa di raggrumare la storia dell’Urbe in una sorta di bigino, ne cita le tappe fondamentali per concentrarsi invece su altro. In pratica, Barrow procede dalle res gestae tanto care a Tito Livio e Lucio Cornelio Tacito, alle virtù che le sostennero. E così, un paio di pagine sono dedicate alle guerre puniche, poche righe alla «guerra sociale», Giulio Cesare, Gneo Pompeo Magno, Lucio Cornelio Silla sono appena citati e si evita la solita litania delle invasioni barbariche e il consueto crescendo a tinte fosche sino alla detronizzazione di Romolo Augustolo.
Ma c’è un intero capitolo dedicato a Marco Tullio Cicerone, un altro al «diritto romano», uno al loro «genio pratico». E ampio spazio è dato, nell’economia del libro, a chi seppe risolvere positivamente le due pesanti crisi che minacciarono la «romanità» nel profondo: Augusto, che recuperò il più e il meglio delle venerande istituzioni della Repubblica e pose fine alle sterminate guerre intestine; Diocleziano e Costantino il Grande, che seppero andare oltre il modello augusteo e dare razionalità a un’amministrazione che oramai non era più in grado di rispondere alle esigenze dei vastissimi domini.
Il tentativo di Barrow è, infatti, quello di cogliere lo «spirito di Roma», quella molla un poco misteriosa e da sempre affascinante che portò una sperduta tribù di contadini attestata nei pressi del Tevere a farsi largo a gomitate con i poco accomodanti vicini, a battere i crudelissimi etruschi, a venire a capo dei Galli, a battere la superpotenza cartaginese eccetera eccetera eccetera. Sino a dominare l’Occidente e larga parte dell’Oriente. Come? E, soprattutto, perché?
Barrow non si attarda in minuziosi diagrammi socioeconomici, sfiora appena la geografia. Perché ne fa innanzitutto una questione, paradossalmente, di religione. Strano, verrebbe da dire. Con quel pantheon scombiccherato ereditato parte dai Greci, parte dagli Etruschi, parte dall’Oriente, che cemento poteva mai essere la religione, e per di più per gente eminentemente pratica e ben poco spirituale? Senza parlare della tolleranza che, in materia, regnava in tutte le province. Bastava, infatti, riconoscere la sottomissione a Roma per vedere ammesso il proprio culto: cosa che procurò parecchi problemi con gli Ebrei e con una famigerata setta fondata da un certo Gesù di Nazareth. Eppure, «sin dai primordi di Roma è avvertibile nel cittadino questo senso di dovere religioso, dapprima rozzo e inarticolato, e non disgiunto da superstizioso timore; in seguito espresso con maggior chiarezza, e sprone nell’agire. Il senso di dovere, di missione, si rivela dapprima in forme semplici, umili, in seno alla famiglia e alla casa; quindi si espande nella città-Stato per culminare nell’idea imperiale».
E dà vita a quella costellazione di valori che, cristallizzati nel corso dei secoli in era repubblicana, rappresentano i mores maiorum. Il senso della sacralità della famiglia e dello Stato, la frugalità del «soldato-contadino», la pietas, sottomissione ai doveri che implicano il riconoscimento di soggetti detentori di diritti. Se tutto è ordinato, allora l’uomo non potrà che accompagnare l’opera invisibile degli dei e la provvidenza non potrà che tutelare l’opera di Roma, dei suoi commerci e, beninteso, delle sue legioni. Alla radice del dominio delle Aquile, dunque, non c’è tanto la volontà di conquista (che pure, a tratti, ci fu), quanto il concetto di pax, di civilizzazione (ovviamente garantendo la sicurezza dei propri confini).
Declinata sotto i vari aspetti, tra di loro concatenati, che facilmente si riconoscono dietro la costruzione imperiale. Le strade, le città costruite intorno al cardo e al decumano, i quadrati delle legioni, gli acquedotti hanno la stessa «razionalità» del diritto romano. Tanto da far esclamare a Mommsen che «se un angelo del Signore fosse incaricato di mettere a confronto il territorio governato da Antonino Pio con lo stesso territorio com’è oggi, e di decidere in quale dei due periodi sia stato retto con maggiore saggezza e umanità e se, in generale, la salute morale e la felicità si siano accresciute o siano diminuite da quell’epoca a oggi, è assai incerto che il giudizio sarebbe favorevole al giorno presente».
mb@maxbruschi.it