Quando evadere le tasse non è reato, ma giustizia

MOTIVAZIONE Secondo il tribunale manca «l’elemento psicologico del crimine»

Evadere le imposte non è sempre reato. Non lo è quando lo Stato si sta comportando in modo iniquo a danno del contribuente, violando i propri doveri, mentre chiede al cittadino di adempiere ai suoi. Lo ha deciso il Tribunale di Milano,con una sentenza insolita, che, se confermata dalla Cassazione, può essere molto importante nel rapporto fra fisco e contribuente. Il fatto che ha dato origine a questa sentenza è abbastanza singolare, ma riguarda un fenomeno diffuso. L’imprenditore lombardo a cui il Tribunale di Milano ha dato ragione contro il fisco, aveva fornito al ministero della Giustizia impianti per intercettazioni telefoniche e relativo software, per 8 milioni e mezzo di euro, ma il ministero, che ha ricevuto la fornitura, non l’ha pagata, sfuggendo come una anguilla alle richieste del suo creditore. Questi, a corto di denaro, aveva cercato in tutti i modi di farsi pagare, pressato come era dalle banche, per il rientro delle sue esposizioni, ma anche le azioni legali contro il colosso ministeriale non erano approdate a nulla. E dopo avere versato all’Inps i contributi sociali arretrati che gli venivano richiesti, ha omesso di versare una rata di 3.537 euro.
L’Inps ha inflitto una multa di 3.870 euro, in aggiunta ai contributi non versati. Ma il contribuente non ha voluto pagare e il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano ha perciò chiesto la conversione della pena pecuniaria in detentiva e la condanna dell’imprenditore a 4 mesi di reclusione. Una pena che, prevista teoricamente dalla legge, appare comunque sproporzionata. Il contribuente era ancora in tempo a evitare la condanna alla reclusione, che con le spese processuali a suo carico avrebbe generato un onere finanziario maggiore della pena pecuniaria. Ha voluto andare a processo spiegando al Tribunale la sua vicenda assurda, per cui si pretendevano da lui 3.870 euro di multa per non avere pagato una rata di 3.570 a uno Stato di cui era creditore di 8 milioni e mezzo di euro. Il quale sfuggiva mediante cavilli all’obbligo di versargli il dovuto e gli creava un danno che poteva condurlo alla rovina.
Il Tribunale che si occupa delle cause minime, avvalendosi anche di un «magistrato onorario», ha assolto l’imputato, proprio sulla base della esposizione che l’avvocato difensore aveva fatto della iniqua situazione. La motivazione della sentenza è che manca l’elemento psicologico del reato, che consiste nella intenzione di commettere «atto illecito». In sostanza, il contribuente, per pagare tutto, nel tempo dovuto, avrebbe dovuto affrontare un grave sacrificio. Ma tale sacrificio non sarebbe stato necessario, se lo Stato, anzi proprio il ministero della Giustizia, che amministra le pene, avesse adempiuto al suo dovere di pagargli la grossa cifra che gli doveva per le di lui prestazioni. Se il signor Rossi vende al signor Bianchi, che ha un supermarket, un computer di 500 euro e il signor Bianchi non lo paga, con che coraggio può il signor Bianchi pretendere dal signor Rossi che lui paghi i 6 euro per i due chili di mele che la sua collaboratrice domestica è venuta a ritirare da lui? Se fra le due persone c’è un rapporto continuativo di scambio, dovrebbe valere il principio che chi non rispetta il proprio contratto non può pretendere che l’altro rispetti il suo. Questo è il succo della sentenza, se si traduce il linguaggio tecnico con cui è redatta nel linguaggio quotidiano.
Non so se davvero ci sarà una sentenza della Cassazione in relazione a questa causa o ad altre cause analoghe che stabilisca il principio che lo Stato deve onorare i suoi debiti, se vuole che il contribuente onori i suoi. È possibile che a questo risultato non si giunga, in parte con argomenti legali, in parte con quello per cui alla pubblica amministrazione bisogna lasciare sempre l’ultima parola. Tuttavia il fatto c’è. Ed è che in Italia lo Stato, le Regioni, i Comuni, le Asl, sono creditori delle imprese per 90 miliardi di euro. Se li pagassero sollecitamente, non ci sarebbe la strozzatura del credito che c’è. E non ci si deve poi meravigliare così tanto, come fanno i giustizialisti fiscali, se il contribuente evade.
Molti lo fanno per pura mancanza di senso del proprio dovere, scaricando sugli altri il fardello tributario e contributivo. Ma molti lo fanno per la sensazione negativa che hanno delle pubbliche amministrazioni che non adempiono al proprio dovere. E quindi non hanno un titolo morale per pretendere la contropartita. Aggiungendo i contribuenti che vedono come molti soldi delle imposte e dei contributi vengono sciupati, si può capire che in molte evasioni manca «l’elemento psicologico del reato». Come nel caso in esame.