Quando la Fallaci faceva a pezzi le star

Oriana Fallaci non aveva paura della guerra, figuriamoci se si lasciava intimidire dagli snobboni del cinema. Negli anni Sessanta, la scrittrice realizza una serie di interviste leggendarie, ora raccolte in volume (Intervista con il mito, Rizzoli, pagg. 592, euro 21), ai re del botteghino di quel decennio e anche dei successivi, in molti casi.
La prima intervista, alla spassosa Franca Valeri, dà il tono dell’intero libro: demistificare il divismo di attori e registi, ritratti senza pietà soprattutto quando si compiangono («Ah, il successo che cosa terribile» ripete un noiosissimo Peter Sellers), pubblicizzano il proprio impegno («Devo usare la popolarità per una causa giusta» è la litania del patetico Paul Newman) o se la tirano da intellettuali (la coppia Vitti/Antonioni, massacrata con suprema leggiadria).
Franca Valeri se la prende con i comici: «Sulla politica gli italiani non riescono a ridere mai. Al massimo fanno un sorriso dinanzi agli sketch grossolani e “Orca, che coraggio” esclamano!». Liquida le menate esistenzialiste di certo cinema d’avanguardia: «Secondo me l’alienazione è una moda come lo stile Liberty. Da quando poi questo Liberty s’è accavallato col tema dell’incomunicabilità...». Si cucina le ambizioni degli attori: «Io lo dico sempre: è inutile che si diano tanto da fare, se sono attori veri non diventeranno mai uomini di cultura». E infine, come dolce, serve in tavola la sua opinione su chi sta dietro la macchina da presa: «Sarà confutabile; ma tutti i registi divinizzati sono registi che col cinema credono di fare letteratura: ciò turba il mio fegato».
Ecco, «incomunicabilità» e «alienazione» sono le due parole attorno alle quali ruota la chiacchierata con la Vitti, all’epoca stella dei film di Michelangelo Antonioni. L’attrice dice che ormai leggere è un reato, e che colpa ha lei, se le piace Rostand. Poi attacca con l’incomunicabilità, la Fallaci commenta che le viene da ridere quando sente quella parola, che non capisce cosa significhi. Interviene anche Michelangelo Antonioni con un singolare pistolotto su alienazione e Confucio. La Fallaci sogghigna di non aver capito un’acca.
Oriana giganteggia. Ironizza senza sfottere, pungola senza attaccare, e così lascia che la star si faccia a pezzi da sola. O emerga nella sua statura umana, piccola o grande. Qua e là affiorano le sue passioni. Gli Stati Uniti, a esempio. La Fallaci ne fa cantare le lodi a Frank Capra, nato a Bisacquino, provincia di Palermo, giunto negli Usa a cinque anni, nel 1903. Regista per caso (anzi: per truffa, si finse uomo di cinema per sbarcare il lunario) e autore di capolavori come la Vita è meravigliosa, spesso stroncati, in Europa, perché accusati di conformismo. La Fallaci invece vede in lui un italiano individualista, riveduto e corretto dalla emigrazione. Ci lasciano le penne i neorealisti: «Questa abitudine a narrare le storie della piccola gente che combatte la gente grossa, le avversità più ciclopiche, è abbastanza italiano: direi. Però il mio modo di trarre le conclusioni è molto americano. La mia piccola gente vince sempre, non cede mai alle avversità. Voi col vostro Neoralismo pessimistico...».
Tra chi ne esce con le ossa rotte, Paul Newman è quello messo peggio. Mentre l’attore spiega quanto sia difficile «scendere da un’automobile e ricevere applausi» o accettare di essere un privilegiato dal punto di vista economico o trovare sempre «un posto libero al ristorante», i commenti della Fallaci si fanno sempre più sarcastici: «Certo, la vostra è una vita durissima»; «Eh, sì anche questa è una croce. Una pesantissima croce»; «Lei s’è scelto la carriera sbagliata». L’intervistatrice lascia scivolare nell’abisso del ridicolo il divo: «Sono anticonformista ad esempio quando vado in motoretta: a New York si può circolare solo in motoretta, col traffico c’è. Sono conformista, invece, quando dico che non mi piacciono le donne». Per far capire che le sue battaglie per i diritti civili sono sacrosante, chiosa sempre: «C’è scritto anche sul New York Times». La Fallaci, cattivissima, trascrive tutto.
C’è chi svetta. Peter O’Toole, bevitore appassionato, coinvolge la Fallaci in più di un giro di alcolici, e si sottrae ai rituali del divismo. «Chiamami Peter e trinca il tuo whiskey», le ripete di continuo. Così racconta di come nessuno in strada lo riconosca, nonostante il successo clamoroso di Lawrence D’Arabia: «La gente mi passa accanto e non si gira neanche. Arriviamo davanti al cinema dove si proietta il mio film, mi piazzo davanti al ritratto di Peter O’Toole che è alto sei metri, la gente passa e non si gira neanche». Poi va al botteghino e chiede come se la cava il tipo che interpreta Lawrence d’Arabia «e costui esclama indignato: “Peter O’Toole vorrà dire”. “Bene”, dico, “e come se la cava questo Peter O’Toole?”. Lui grida: “Ma chi è lei? Cosa vuole?” e mi caccia». Meglio così, i suoi film preferisce non vederli: «Alle prime quando spengono le luci mi alzo e vado a bere».
L’artista più commovente è l’amarissmo «principe metafisico», ovvero Totò. Il quale non sembra avere un’alta opinione di sé e del proprio mestiere: «Un falegname vale più di noi artisti: almeno fabbrica un tavolino che rimane nei secoli. Ma noi, dica, che facciamo? Quanto duriamo?». Poi ammette: «Signorina io recito solo nei miei brutti film, senza chiedere mai grandi cifre perché ho sempre pensato che il produttore deve guadagnare col film». Ne esce un Totò solitario al punto di affermare: «Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo. Di amici ne avrò forse due». Gli uomini lo hanno deluso: «Più vado avanti più scopro che di caporali ce ne son tanti, di uomini ce ne sono pochissimi». All’ingratitudine è «abituato» e la accetta «con divertimento». Il “principe” ricorda quando regalò una macchina per scrivere a un giornalista. Quello il giorno stesso corse a casa e vergò una stroncatura feroce di... Totò. Il quale commenta così: «Pensi che pena, che mancanza di dignità se avesse inaugurato la macchina scrivendo bene di me. Infatti il giorno dopo tornò a mangiare e ci ridemmo su».
Muto quasi come una sfinge Sean Connery, capace di animarsi solo nel ricordare i suo trascorsi calcistici (centravanti nelle giovanili del Manchester United). Un muro difficile da valicare anche per la Fallaci, che vorrebbe farlo parlar male di James Bond. Riuscendo però a cavare soltanto: «Bond è inglese e io sono scozzese. E gli inglesi non mi piacciono affatto perché sono scozzese. Punto».