«Quando le femministe contestavano Emozioni»

In noi confondevano Shakespeare con Amleto

«Quanti successi io e Lucio Battisti, quante soddisfazioni, ma non posso dimenticare le amarezze dovute a un clima politico da trogloditi; gli attacchi delle femministe, le accuse di fascismo, tutto questo ha contribuito a cambiare il carattere di Lucio e il suo rapporto con la gente». Mogol, principe dei parolieri, ops, degli autori, perché per lui paroliere è parola che non esiste («ci sono forse i musichieri?»), rende omaggio alla memoria di Battisti. Lo fa con il doppio cd I capolavori di Battisti-Mogol (primo parto della Mogol Edition), proponendo 33 classici della coppia, ma soprattutto commentandoli uno per uno, nel libretto del cd, con aneddoti, curiosità, riflessioni inedite. Poi ristamperà tutti i cd battistiani (sempre con le sue note), per farci conoscere la verità su un rapporto magico ma pieno di chiaroscuri.
Caro Mogol, questo è un documento prezioso per «pensieri e parole» più che per musica.
«È il ricordo di una fetta importante della mia vita. Ho parlato a braccio per tre ore ed è stato ripreso tutto fedelmente e legato a ogni brano».
Come quando scriveva con Lucio.
«Sì, anche se quando scrivevamo ci pensavamo un po’ di più. La nostra forza? Eravamo spontanei e primitivi».
Eppure tutto quel successo vi ha portato anche tanti problemi.
«Ci fu una follia politica collettiva. Una rivoluzione estetica, senza possibilità di dialogo. Se non alzavi il pugno chiuso eri dall’altra parte. Così le femministe mi misero in croce per Emozioni e Il tempo di morire».
Come mai?
«In Il tempo di morire fu frainteso il messaggio del ragazzo che, per una notte d’amore, è pronto a sacrificare la sua moto. Per noi era la storia semplice di un ragazzo infantile, ma le femministe mi diedero del maschilista di merda».
E «Emozioni»?
«Pensi che la scrissi in viaggio, mentre portavo in campagna mia madre e i bambini. È dedicata a mia moglie, ma la frase “capire tu non puoi” fu considerata un’offesa alla donna. Mah, all’estero non erano così chiusi. Io e Lucio andammo a Londra a portare il testo tradotto di Emozioni a Pete Townshend degli Who e lui impazzì, la declamò nel suo ufficio e disse: “sentite questo capolavoro”».
Siete una delle coppie più di successo della storia, ma non potevate piacere a tutti.
«Certo, ma quell’atmosfera ha cambiato il carattere di Lucio; prima era pacioso, divertente, poi si chiuse in sé. In un certo senso lo spinsi io. Quando vidi De Gregori sul palco che piangeva, insultato dall’ultrasinistra, dissi a Lucio: “chi te lo fa fare di cantare per gente che come minimo ti dà dello stronzo?”; così lo convinsi a smettere coi concerti. Noi rivendicavamo l’onore di essere uomini qualunque, che non vuol dire essere qualunquisti, ma è la condizione dell’uomo che è padrone della sua testa. Quella gente invece confondeva Shakespeare con Amleto: l’uno scriveva, l’altro era un personaggio di fantasia».
Così Lucio venne bollato come fascista.
«Storia ridicola. Eravamo in tv, a Tutti insieme, lui cantava E penso a te ed intorno a lui c’era un semicerchio di pubblico. Alzò il braccio per dare il via all’orchestra ed incitare il pubblico a fare il coro, un fotografo strinse l’immagine e venne fuori lui col braccio alzato, e tutti dissero: fa il saluto romano. Fu una mistificazione totale. E allo stesso modo vennero interpretate le braccia tese al cielo sulla copertina di Il mio canto libero. Tentammo di partecipare al Festival del proletariato a Milano ma, in un dibattito con gli organizzatori ci furono contestazioni, sempre femministe, per Io ti venderei e non se ne fece nulla».
Anche quel «mare nero» de «La canzone del sole» fu interpretato male.
«Non merita neppure risposta. La canzone del sole è uno dei miei brani davvero autobiografici e si riferisce al primo amore che vissi quando avevo cinque anni. Il brano parla del mare di Silvi Marina in Abruzzo, dove andavo in vacanza coi miei genitori e quelli di Titti. È lei quella delle “bionde trecce gli occhi azzurri e poi”; non la vidi più, l’ho sentita per telefono un paio d’anni fa».
Insomma ogni brano parte da una storia vera.
«Sì, direttamente o indirettamente, perché di fantasia ne ho poca; preferisco raccontare i sentimenti o far cronaca. La fantasia è fiction e la fiction non mi piace».
Altri momenti magici con Lucio?
«Tantissimi, ma uno in particolare lo voglio raccontare. Un momento magico che mi capitò anche con Tenco. Scrissi Se stasera sono qui e la diedi a Wilma Goich, ma poi dissi a Tenco: “Se mi canti Se stasera sono qui t’invito a cena”. Lo fece e divenne il successo che tutti conosciamo. Allo stesso modo Battisti scrisse Vendo casa, hit dei Dik Dik, ma non la interpretò mai. Un giorno lo portai in sala d’incisione a Milano; una stanza di quattro metri che pareva una sauna con due sedie, una chitarra e un registratore che accese lo stesso Lucio: la cantò e vent’anni dopo quella stessa versione volò in testa alla hit parade».
Come mai vi siete separati?
«Non per i diritti d’autore come tutti dicono. All’inizio io prendevo il 4 per cento e lui l’8 anche se era un ragazzotto. Poi il rapporto divenne paritario, ma nella società Acqua azzurra lui aveva una percentuale più alta. Non è comunque questo il motivo della fine della nostra collaborazione; non c’è un motivo, fu un allontanamento».