Quando Fini voleva cacciare gli immigrati

Sono passati appena tre anni da quando il presidente della Camera si
scagliava contro la proposta di cittadinanza lampo agli stranieri. E
diffondeva volantini per sostenere che &quot;cinque anni sono troppo pochi&quot;. <a href="/a.pic1?ID=4106277" target="_blank"><strong>Maroni: &quot;L'Italia minacciata dal terrorismo in franchising&quot;</strong></a>

RomaÈ la calda estate del 2006. L’Italia ha da poco vinto la sua quarta Coppa del mondo e al governo siede da pochi mesi Romano Prodi. Nelle more di una nuova Finanziaria «modello Dracula», il centrosinistra gioca con le regole sull’immigrazione e i ministri Amato e Ferrero varano un ddl che consente agli stranieri di ottenere la cittadinanza in metà tempo: cinque anni anziché dieci.
A tre anni di distanza sarà l’anima finiana del Pdl, in combutta col Pd, a riproporre una versione riveduta e corretta di quel ddl. Ma cosa faceva il presidente di An a quel tempo? Nel 2006 Gianfranco Fini ha già rinnegato frasi del tipo «l’Italia agli italiani» e «la società multirazziale è un ibrido meticciato che scatena guerre tra poveri», ma di certo non gli fa piacere vedere scardinata la legge che porta il suo nome e quello di Bossi.
«Mi sembra che cinque anni per consentire agli extracomunitari di conseguire il diritto di cittadinanza siano pochi», dice il 4 agosto di quell’anno. Il Fini del 2006 è un Fini liberal, antesignano dell’odierno presidente della Camera, già pronto ad ammiccamenti con i «rossi» ai quali suggerisce che «sette-otto anni» sono un tempo ragionevole.
Ma la politica preme e l’opposizione si fa anche alzando i toni. E qui Fini e An si ingegnano con una trovata che anticipa di un anno l’invenzione berlusconiana dei gazebo: una petizione popolare con tanto di campagna pubblicitaria. «Basta ApProdi», si legge sui manifesti di Alleanza nazionale e di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile guidata da Giorgia Meloni. Su uno sfondo azzurro campeggia il Vlore, il barcone albanese stracarico di immigrati che giunse a Bari nell’estate 1991. Il calembour è incentrato sul nome del presidente del Consiglio che si intende rispedire al più presto a casa. Più sotto, sempre a caratteri cubitali, campeggia «No alla cittadinanza rapida». Del manifesto c’è anche un’altra versione che riporta oltre al logo di An pure quello di Azione Giovani e spiega i motivi per i quali aderire alla petizione: no ai ricongiungimenti facili, no alla chiusura dei Cpt, no alla cittadinanza breve.
Da Varese fino a Reggio Calabria, per diversi mesi, il partito di destra piazza numerosi banchetti per chiedere alla gente di firmare contro il ddl Amato-Ferrero. E Fini, per il quale la campagna elettorale non è mai finita, il 5 settembre ci va giù duro. A Tuoro sul Trasimeno sembra quasi un Bossi in miniatura. «Essere cittadini significa in qualche modo sentirsi figli di una comunità, sentirsi figli di una Patria» (perché quando Fini dice «Patria» si sente la maiuscola; ndr). Poi rincara la dose: «La cittadinanza non è una scorciatoia per l’immigrazione: è la gerarchia dei valori di riferimento che deve essere condivisa. Non possiamo accogliere tutti coloro che vogliono venire qui».
Chissà se Fini in questi giorni organizzerebbe eventi come quelli dell’aprile 2007 quando istituì il comitato Roma sicura contro il degrado della Capitale assediata dai campi nomadi e contro un governo che «fa entrare chiunque lo voglia». Quant’era diverso quel Gianfranco Fini da quello di oggi che fa la star ai congressi del Pd attaccando la Lega che «guarda alla società italiana con lo specchietto retrovisore» e che sull’immigrazione «parte da presupposti sbagliati». Certo, considerata la velocità supersonica con la quale il vecchio «figlio della Lupa» s’è trasformato in un agnellino, può darsi che il 2010 ci riservi nuove e sconcertanti sorprese.