Quando finisce il pensiero incomincia il sesso

Da Montaigne a Sartre, il difficile rapporto delle menti più astratte con la pratica dell’amore

di Gian Paolo Serino

Già il titolo, I filosofi e l’amore (Raffaello Cortina editore, pagg. 197, euro 21, traduzione di Cesare De Marchi), basterebbe a incuriosire: Aude Lancelin e Marie Lemonnier, giornaliste al Nouvel Observateur, hanno riunito per la prima volta in un libro i differenti sguardi dei filosofi sull’amore. E basta superare il sottotitolo, «L’eros da Socrate a Simone de Beauvoir», la fascetta acchiappalettori «Prendete l’amore con filosofia» e immergersi nelle pagine per ritrovarsi in un libro che ci porta a scoprire i segreti più nascosti dei grandi pensatori di ogni epoca dietro le pareti delle loro camere da letto. Tentazioni, deviazioni, fobie, perversioni ma anche delicatezze inaspettate, carezze di inchiostro che inteneriscono la carta. Pagine che raccontano anche personalità eccentriche, che nei propri libri hanno affrontato il tema dell’Amore in molte forme ma che nella vita quotidiana hanno spesso avuto una vita sentimentale e sessuale a dir poco movimentata.

Dalle «cilecche amorose» confessate da Montaigne, malgrado la sua fama di «gran donnaiolo» a Bataille che confessa candidamente come «le zoppe sono le donne più belle per andarci a letto perché i movimenti disordinati accrescono il piacere»; dai tradimenti angosciosi di Schopenhauer (che corteggiava le donne ubriaco nelle osterie per essere buttato fuori a calci, lui il più grande filosofo tedesco) ai ménage à trois di Nietzsche; dal Kierkegaard conosciuto pubblicamente come grande esteta, autore del Diario di un seduttore, ma che dalle donne veniva chiamato «il bambinetto» sino alla coppia aperta per eccellenza Sartre e de Beauvoir.
Quasi insondabile, sia dalle opere sia dalla biografia, la condotta di Kant: non si ha nessuna notizia del suo modo di vivere il rapporto con l’altro sesso. Ci sono i suoi scritti: per lui i sentimenti del quotidiano sono «il deserto dell’amore» tanto da essere definito dalle autrici «un abisso di ghiaccio». Rapporti complessi ma che in questo libro, lontano dalla polvere accademica che solitamente ricopre molta saggistica, alimentano la curiosità (non voyeuristica), ma cercano di farci comprendere che cosa spingesse Montaigne a scrivere che «è la stessa voluttà a eccitarsi col dolore» (anticipando quasi i temi cari a de Sade) o Schopenhauer a vedere nell’amore fisico «gli inghippi sessuali di due marionette stordite» e «l’amore una serie di gesti ridicoli compiuta da due idioti e che non porta a niente». O ancora il Nietzsche per cui «l’amore è sentirsi montare il cuore al cervello» e che preferirà il suo «deserto di solitudine» per «scalare gli abissi e sondare le profondità» della vita più nei suoi libri che in un letto matrimoniale.

E non c’è miglior esempio di ciò che scriveva Diderot («Un uomo di lettere può avere un’amante che fa libri, ma bisogna pure che sua moglie faccia camicie») per introdurre il rapporto tra Heidegger e la Arendt: una relazione a dir poco tormentata. Per la Arendt, che rimase con Heidegger tutta la vita malgrado l’adesione del filosofo al partito nazista, «le grandi passioni sono rare come i capolavori» mentre «l’infedeltà più grave, il solo vero peccato perché spegne la verità, la verità che è stata, è soltanto l’oblio». E in un biglietto del 1960 che non gli spedì mai la Arendt confessava che Heidegger era l’unico uomo cui era «rimasta fedele e infedele, senza smettere mai di amarlo». La loro non fu certo la storia di un amore fedele, ma la storia della fedeltà all’amore. Ed è questa la grande lezione, più che «l’amore in libertà» di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che il libro ci regala.