Quando la «gabbia» è solo nei prezzi: la vita a Napoli costa la metà di Rimini

IL DATO Nel Meridione i salari sono più bassi in termini nominali, ma il potere d’acquisto reale è maggiore

Titolo del Sole 24 Ore di tre giorni fa: «A Napoli la spesa più conveniente d’Italia». L’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico svela che a Rimini e Ferrara, per gli stessi prodotti di prima necessità, si spendono oltre mille euro all’anno in più che alle pendici del Vesuvio. Un esempio? Sulla riviera adriatica il pane costa 3,75 euro al chilo, a Posillipo 1,94. Il doppio.
Tra Nord e Sud c’è un divario che riguarda anche il carrello della spesa: più ci si allontana dal Po, meno cara è la vita. Per arrivare a fine mese bastano meno soldi. La tendenza è consolidata da decenni, come conferma ogni statistica possibile. E come può constatare chiunque vada a trascorrere le vacanze nel Mezzogiorno.
D’accordo, non chiamiamole più «gabbie salariali», che sanno tanto di circo e domatori, oppure di Titti e gatto Silvestro, e oltretutto sono state cancellate nel 1969 tra l’esultanza del movimento operaio. Diciamo allora «stipendio federale», «paga territoriale», «salari di produttività», «ppa» (parità di potere d’acquisto), oppure «contrattazione decentrata» come ha specificato ieri il ministro Maurizio Sacconi presentando il Libro Bianco sul welfare.
Campo libero alla fantasia per trovare una parola che sintetizzi un concetto tanto semplice quanto pericoloso: a Milano per vivere si spende il doppio che a Campobasso. Con lo stesso reddito, al Sud si può comprare molta più roba che al Nord. È un dato di fatto, «una realtà di cui tenere conto» ha riconosciuto Sacconi infrangendo uno dei massimi tabù italici.
Il dibattito è vecchio, anche se finora pressoché privo di sbocchi. Una parte del sindacato, soprattutto in zona Cgil, e la sinistra radicale hanno fatto della flessibilità retributiva una specie di linea del Piave: gabbie salariali, contratti d’area, salari di produttività sono uno strumento di tortura padronale a danno dei lavoratori. Invece Confindustria e Lega Nord ne hanno fatto un cavallo di battaglia: quand’era ministro del Lavoro, anche Roberto Maroni aveva spinto sull’acceleratore del legame tra busta paga e realtà locale in cui le aziende operano e gli operai vivono. Ora, in un contesto politico ed economico profondamente diverso, si torna all’assalto.
L’abolizione o almeno il depotenziamento dei contratti nazionali erano già ipotizzati in un altro Libro Bianco sul welfare, quello di Marco Biagi: il negoziato nazionale fissa i minimi, la contrattazione locale li adegua al costo della vita reale, diverso da regione a regione. Qualche passo si è fatto nel settore privato, tutto invece è fermo per i dipendenti pubblici. Fatto sta che quando si riapre il tema, come è successo ieri, scoppia un mezzo finimondo. Così Sacconi è costretto a contorsioni verbali del tipo «non è esatto dire che nel Libro Bianco c’è il concetto di gabbie salariali, ma si evidenzia un problema autentico, cioè che lo stesso reddito per chi vive a Milano o invece in provincia di Avellino ha un valore diverso».
Le statistiche parlano chiaro. L’Istat ha calcolato una serie di indici relativi a tre tipi di beni (alimentari, arredamento, abbigliamento) che riguardano circa il 40 per cento della spesa delle famiglie: manca per esempio il valore degli immobili, acquisto e affitto della casa. Ma questi tre capitoli di spesa dimostrano senza possibilità di smentita la differenza dei prezzi tra il Nord e il Sud.
Ad Aosta, Genova, Milano, Bolzano, Venezia, Trieste, Bologna, gli alimentari sono più cari di oltre il 5 per cento rispetto alla media nazionale; l’opposto per Napoli, Campobasso, Bari, Potenza, Reggio Calabria, Palermo. Tra la città più cara (Bolzano) e la più economica (Napoli) c’è una differenza del 25 per cento.
Al Sud i salari, anche se sono più bassi in termini nominali, sono più alti come potere d’acquisto reale. È stato calcolato che in Molise la paga «equa» rispetto al costo della vita è di 1.312 euro mensili: un edile percepisce un minimo nazionale di 1.477 euro che consente nel Mezzogiorno un tenore di vita assai diverso che al Nord.
Stipendi non differenziati per territorio significano un Paese bloccato. Negli anni del «boom» economico i braccianti del Meridione lasciavano tutto per un posto alla Fiat perché erano certi di guadagnare di più e migliorare le condizioni di vita; oggi quel modesto aumento di stipendio viene mangiato da affitti, supermercati e negozi alle stelle. Da anni l’azienda di trasporto pubblico milanese, l’Atm, cerca tranvieri al Sud con scarsa fortuna, pur offrendo viaggio e alloggio gratis durante le selezioni e il periodo di formazione. Chi è disposto infatti a mollare tutto per 1.100 euro al mese in una città dove affittare un monolocale ne costa oltre la metà?