Quando il Generale accomodava lo stoccafisso

«Il Generale, non senza fatica, impose che il pranzo fosse una minestra, un pezzo di carne arrosto e un piatto di legumi…». Così il grande Alessandro Dumas, testimone oculare dei primi successi dell'impresa dei Mille, parlando di Garibaldi, che dopo l'occupazione di Palermo rifiutava al Palazzo Reale, dove aveva insediato il quartier generale, il trattamento riservato al Sovrano e alla Corte. Ampiamente Clelia, figlia dell'Eroe dei due mondi, ha amato parlare e scrivere del padre a Caprera e della di lui semplicità nei costumi, nei comportamenti, nelle scelte di vita. La natura amata da Garibaldi tanto da farlo avvicinare a Feuerbach fu la compagna preferita di quella parte di vita trascorsa nell'isola sarda. La cucina rifletteva pertanto le scelte di chi con la natura convive in modo viscerale. Particolare apprezzamento il Generale riservava alla cucina ligure. In particolare il minestrone alla genovese, il pesto,lo stoccafisso essiccato e cucinato in modo molto semplice. A proposito di quest'ultimo, a Tempio si ricorda che Garibaldi capitava spesso nella cittadina e si recava al negozio di Antonia Mossa per acquistare farina, pasta, zucchero e caffè. Venuto a conoscenza che il marito della negoziante viaggiava su velieri diretti a Genova, lo pregò di acquistare per suo conto parecchie balle di stoccafisso, raccomandandosi che fossero di grande misura. Poi, grato del favore, gli regalò un pesce e insegnò alla negoziante come prepararlo e cucinarlo. C. A. Vecchi fornisce la ricetta: «… fumavano sulla tavola due grandi piatti di merluzzo salato, bollito, con fave condite con olio - Eravi altri piatti di merluzzo pesto, impastato con farina e fritto. Fichi secchi, zibibbo e cacio compivano il dessert…». Montanelli, a proposito della frugalità di Garibaldi, racconta che a Teano quest'ultimo rifiutò l'invito a pranzo del Re, mentendo di aver già pranzato, per poi sedersi sui gradini di una chiesetta rifocillandosi con un pezzo di pane e cacio. Voce di popolo voce di Dio!