«Quando Gino Paoli mi disse: suonare non è il tuo mestiere»

Da Jarrett a Mahler, il grande architetto racconta le esperienze musicali che ispirano i suoi progetti

Cesare G. Romana

da Genova

«Perdonerà il ritardo - si scusa Renzo Piano - ma nel centro di Los Angeles, dove stiamo costruendo, hanno trovato un pozzo di petrolio, e gli scheletri di alcuni mammut». Così dialoghi convulsi scorrono, in videoconferenza, tra Genova e la California, «bisogna deviare il petrolio e risolvere il problema degli scheletri», s’acciglia il maestro, e scuote la bella testa mazziniana.
Poco male, aspetto. Qui a Vesima, tra Voltri e Arenzano, l’estro della natura e il suo, di Piano, hanno profuso prodigi. Il maestrale ha disperso la maccaia, quell’ispessirsi dell’aria che intorpidisce e strema. E tutto è bellezza pura: la palazzina del maestro è un’enorme veranda di vetro, a vari piani, addossata a un costone di roccia e di verde. Una cremagliera in miniatura porta all’ufficio dell’architetto, e tutto affonda in un montare di edera, ulivi, oleandri, agavi, pitosfori, palme. Impiegate bellissime offrono acqua diaccia - l’Eden, se mai è esistito, doveva esser così. Col mare che s’allarga di sotto e respira, infinito. E a levante Genova, un collier di palazzi adagiato sulla collina.
Renzo Piano è arrivato da Parigi e s’appresta ad andare in vacanza. «Sa che faccio? Prendo la barca e via per il mare. Ho a bordo una piccola discoteca: niente è più acustico d’una barca, niente è più simile a una cassa armonica. Per non dire del mare: che è leggerezza, instabilità, canto». Storia vecchia, quella tra Piano e la musica: «Da ragazzo studiavo la tromba in si bemolle, il suono era bello ma sono inguaribilmente stonato. Così Gino Paoli - eravamo negli scout, lui esploratore e io lupetto - consigliò: “Da’ retta, lascia perdere”. E studiai architettura». Poi? «Recuperai la musica dalla porta di servizio, come architetto. All’Ircam di Parigi conobbi Pierre Boulez, poi Luciano Berio, che arrivò da New York con idee grandiose e divenne il mio amico più caro. E John Cage, geniale, pazzo come un cavallo. Bisogna far passare più autobus, mi disse un giorno: voleva inserirne il rumore in una sua composizione».
Tuttora trabocca di musicisti, il carnet degli amici di Piano. E che musicisti. C’è Pollini: «Mi ha portato a vedere, in una biblioteca americana, manoscritti di Mozart e Beethoven». E Abbado: «Lavorammo con Luigi Nono a un’edizione del Prometeo, la sua umanità è pari al talento, a Berlino lo rimpiangono». Altri? «Boulez: m’ha insegnato che la ricerca è come la fame: se mangi ti passa, ma poi torna ad aggredirti lo stomaco». E Accardo: «Gli chiesi di fare il padrino al battesimo di Giorgio, il mio ultimogenito. Accettò, a patto che ogni giorno facessi ascoltare a mio figlio un quarto d’ora di musica. Oggi Giorgino, sette anni, suona il violino. Ieri, a Parigi, ha tenuto un concerto per strada: là è normale, là sì che la musica è amata».
Poi Berio, e De André. «Quanto mi mancano. Fui io a presentarli. Volevano scrivere un nuovo inno nazionale, per fortuna c’entrai solo marginalmente: pensavano di reinventare anche il tricolore. Con Berio abbiamo realizzato progetti straordinari: il Lingotto, l’Auditorium di Roma. Mi ingiunse di progettarlo mentre, a Berlino, lavoravo a Postdamer Platz. Dovetti obbedire, Luciano era molto imperativo. Ci univano il mare, la Liguria, certe canzonacce della nostra terra. E la voglia di leggerezza. E la consapevolezza che la tradizione, come la tecnica, devi possederla, prima di disobbedirle».
Infatti diceva Picasso: «Cos’è la modernità? È stare nel presente, e anche nel passato». «Appunto. Poi avevamo, entrambi, il culto della spazializzazione dei suoni, che è il trait d’union tra la musica e l’architettura. Ci dicevamo: è la musica, la forma d’architettura più immateriale. Ma non astratta: il suono è aria che trema nello spazio, è fisicità. Per contro qualcuno disse: l’architettura è musica congelata. Io aggiungo che un architetto è anche un liutaio, un costruttore di casse armoniche. Deve propiziare l’ascolto, creargli la giusta cornice: acustica, psicologica, estetica».
Riparliamo di leggerezza. Schopenhauer diceva: «Amo Mozart e Beethoven, ma se ascolto Rossini, tutto il resto mi sembra pesante». A patto di non confondere levità con futilità. «Ovvio. Di leggerezza parlavamo per ore, io, Berio e Italo Calvino. È la mia sfida di sempre: sconfiggere la forza di gravità. Disobbedirle. Per un musicista è più facile, ma anche l’architettura può volare». Infatti Berio - gli rammento - paragonava il suo aeroporto di Osaka al volo d’un airone, e il suo Beaubourg a una nave planata dal cielo. Lui ne è lusingato, «ma - puntualizza - non è solo questione di peso: la leggerezza è un modo di essere, di agire. Sa, mi piace distinguere tra intelligenza pesante e intelligenza leggera. La prima produce persone pericolosissime, la seconda è quella di chi resta in ascolto, e poi elabora».
Ovvio chiedergli quali musiche prediliga. «Dai musicisti ho imparato ad essere un ascoltatore onnivoro, perciò disordinato. Dai jingle a Keith Jarrett a Mahler tutto m’attrae, purché di buon livello. Berio mi ha insegnato che i suoni di lavoro, quelli che servono a sincronizzare lo sforzo, sono anche musica. Così come il vento che soffia tra le case: l’ho imparato dai Maori, in Nuova Caledonia, e ne è nato un progetto». Dev’essere qualcosa di totalizzante, gli dico, questo suo interesse per l’arte dei suoni: molte sue opere - il Beaubourg, il Parco della musica a Roma, la chiesa di padre Pio a Pietrelcina - rammentano una partitura. Nell’armonia, nel proporsi d’un tema che nasce, svisa, ritorna. «Può essere - risponde -: entrambi, musicista e architetto, muovono da una base di precisione matematica. Che poi sovverti, perché disobbedire è nel Dna d’un artista, ma che c’è. Nascono, ambedue le arti, da un’avventura spirituale, però fondata sulla geometria, sulla trama, sul ritmo, sul colore. C’è una grande pagina di Berio, Punti da ritrovare su una curva: disegni una curva, ci segni sopra dei punti e poi sottendi un pentagramma, e la figura geometrica canta».
Altro tratto comune tra le due arti, mi pare, è d’assicurare in modo diverso la vivibilità. «Vero. Prendiamo Postdamer Platz. Negli anni Venti Berlino era il centro del mondo: là confluivano cinema, teatro, musica. Poi quella piazza è diventata un deserto: la guerra, le bombe, il Muro. Occorreva renderla nuovamente vivibile: ravvivando il suo aspetto con valenze eretiche, e tuttavia rispettando il genius loci, la sua storia. Perché ogni città è una realtà unica, prodotta dal sommarsi di tante storie che vi si sovrappongono e vi si riflettono».
Un po’ come ha fatto De André nel parlarci di Genova, in tante sue opere. Glielo dico e un po’ ci si commuove, nel ricordare un fratello scomparso. «Veniva a trovarmi, passavamo ore ad ascoltare il mare. Fabrizio era un poeta, ma non solo: sapeva tramutare il suono in materia, dando voce alla fatica, alla geografia, alla storia. Io penso che avesse un orecchio magico, percepiva suoni che nessuno di noi sente più». Per esempio?. Il maestro indica il mare, appunto, che palpita sotto di noi: «È da questa zuppa che nascono tante sue musiche. Pensi a Crêuza de mä: arrivi a quaranta, cinquant’anni, che è poi l’età della ragione, e scopri quanto siano forti le tue radici, quanto la tua terra ti ha marchiato a fondo». Genova, dunque: «È fatta di pietra e d’acqua, è aspra e rugosa, proprio com’è Fabrizio. Però gentilissimo. Ostinato, taciturno, talvolta musone, ma d’una dolcezza profonda. Critico ma partecipe, nel suo riferirsi alla politica e alla gente».
Che rapporto aveva, chiedo, con lei architetto? «Aveva il rispetto che si ha per il geometra, per quello che fa. Mentre lui vive da poeta: sottrae al tempo momenti di poesia. Se fosse stato pittore sarebbe stato come Klee: solare e complesso». E se fosse stato architetto? «Fabrizio era abituato alla canzone, che è lieve, veloce. Invece l’architettura è pesante, lenta: la sua, dunque, sarebbe stata quella di un architetto che non esiste. E che mi piacerebbe essere».