«Quando ho battuto il suo record Zoff mi ha fatto i complimenti»

nostro inviato a Porto Ercole (Grosseto)

Porto Ercole d’inverno fa tremila anime, ma non le vedi. La spiaggetta, un’agenzia di assicurazioni e la parrocchia. Di mattina, al pomeriggio e la sera c’è in giro un gatto, e poi anche Vincenzo Sabatini, quello del record. E non si sa chi dei due è più selvatico, comunque hanno in mano tutto loro. Un paio d’anni fa Vincenzo ha preso in gestione una fetta di spiaggia; l’agenzia di assicurazioni è sua e in parrocchia fino a qualche anno fa faceva il chierichetto, mentre adesso si esibisce come figurante nel presepe vivente. Lui da 16 anni non salta una partita nella porta dell’Albinia. 490 volte tutte di fila, neppure un minuto al suo secondo che resta un personaggio misterioso come il gatto, che quando attraversa via Italia neanche si guarda in giro per vedere se passa un’automobile.
È diventato famoso perché il suo record nel girone C della Promozione toscana è primato nazionale, e perfino Zoff, quando è stato battuto, gli ha mandato un telegramma: «Noi portieri siamo destinati a essere i migliori», c’era scritto, e con Vincenzo adesso sono amici, e a Natale si fanno il regalo: «Questa sciarpa me l’ha data lui - dice e se la tocca -. Cosa c’entro io con Zoff? Da piccolo mi chiamavano tutti Dino. Se mi chiamavano Vincenzo, io non mi giravo».
Il record delle presenze consecutive è quello che lo ha reso famoso, poi ce ne sono altri meno ufficiali tipo: è sempre stato il più grasso fra i suoi amici, non ha mai saltato una messa di domenica, non è mai andato a letto dopo le 11 il sabato sera, mai stato espulso in 30 anni di onorata carriera: «Anche perché noi grossetani siamo dei bravi figlioli. Sappiamo come fare, e per tutti arriva il momento del giudizio. Quando stavo al Grosseto c’era il direttore sportivo che voleva la mazzetta, ognuno doveva dargli una fetta di stipendio, e tutti stavano zitti. Quando è venuto da me, l’ho appeso al muro. Poi me ne sono andato. Ma questo non lo scriva. No, non perché l’ho appeso, tanto è un farabutto ed è finito dentro Moggiopoli per le sue malefatte e se lo incontro gli sputo addosso. Ma non lo scriva perché da noi non si può dire che prendiamo soldi, siamo dilettanti, è tutto in nero». Però erano soldi e a lui ne hanno dati sempre parecchi: «Perché ero il più forte. Adesso gioco nell’Albinia, a due passi da casa, non è neanche un rimborso spese, ma ai bei tempi andavo forte, prendevo dieci volte gli altri e tutti zitti. Comunque mai messo le mani addosso a qualcuno: se lo meriti, il rispetto ti arriva gratis, senza bisogno di alzare la voce». Comunque, i punti deboli ce li ha anche lui: «Le uscite basse e le bionde coi tacchi. Cosa vuole, è una questione di attitudini: la parata più spettacolare l’ho fatta deviando una palla all’incrocio dei pali e in paese mi hanno fatto addirittura una gigantografia. Le bionde coi tacchi sono una concessione, l’unica che mi permetto. Se ho una fidanzata? No, non ne ho una...».
Dice che ha un’agenda dove annota tutti i gol che ha preso in carriera: «Ci faccio anche il disegno, così non me li scordo, perché sono tanti. Poi c’è un’agendina coi numeri delle bionde e non so qual è più grande fra le due. Una volta mi sono fatto gol da solo su rinvio del portiere avversario, lui calcia, il sole mi acceca e io smanaccio la palla che sarebbe uscita e mi faccio l’autorete. Ho il disegno, così non me la scordo. Ma nessuno mi ha detto niente, mi rispettano». Suo cugino è Guido Bistazzoni, ex Samp, quello a cui Pagliuca ha preso il posto per poi aprire un ciclo: «Qui in paese Guido era considerato un mezzo dio. Io lo ammiravo, ma non ci sono neanche andato vicino. Comunque ancora dieci anni e a 45, massimo 47, smetto. Intanto a maggio faccio le 500 gare consecutive contro il Follonica. Sicuro. Oppure facciamo così, smetto quando mi accorgo che mi diventa pesante allenarmi. E magari mi sposo».
A pochi passi c’è il gatto che lo osserva, ancora dieci anni di questa vita, poi si vedrà.