Quando i discorsi politici sono capolavori (letterari)

S i dice che oggigiorno il vero politico non scriva da sé nemmeno il discorso che fa ai propri cari durante il pranzo di Natale. Lascia fare tutto a spin doctor e speechwriter, professionisti della strategia politica, della manipolazione mediatica e della parola più o meno engagé. Una sorta di estasi della comunicazione, dove persino il soggetto parlante si sfarina felice (o quasi) tra le premurose mani del suo staff.
Ma non è sempre stato così. La poderosa antologia Parole al potere. Discorsi politici italiani (a cura di Gabriele Pedullà, Bur, pagg. 1100, euro 17) testimonia di un’epoca, soprattutto precedente al 1945, in cui la politica era il luogo elettivo di una retorica sofisticata e vertiginosa, nonché di una buona sensibilità letteraria e di una perfetta capacità drammaturgica. Autocontrollo assoluto di pensiero, gesti e parole: così il politico seduceva (da lontano, prima che la televisione lo portasse troppo vicino ai nostri nasi) la masse elettorali.
L’idea di una simile antologia l’aveva già avuta Carlo Dossi in una delle Note azzurre: «Fra i progetti letterari che lascio in eredità a’ miei successori vi ha quello di un’opera intitolata I fasti parlamentari italiani nella quale si riprodurrebbero le sedute e le discussioni che influirono capitalmente sull’indirizzo di Italia». Il curatore e critico letterario Gabriele Pedullà (che è anche scrittore: Lo spagnolo senza sforzo, Einaudi) ha raccolto il suggerimento, mettendolo in epigrafe, e ha portato avanti una ricerca davvero certosina (alcuni scritti esistono in poche copie) che arriva fino al celebre discorso della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, tenuto ad Arcore 16 gennaio 1994, ultimo brano antologizzato del volume, come a chiudere - o a iniziare? - un’epoca.
Il momento d’oro fu, comunque, la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento. Le orazioni erano considerate allora un genere letterario vero e proprio, e i politici aspiravano - in concorrenza con gli scrittori - a vedersi pubblicati nelle riviste di letteratura. Chi legge il breve ma intenso testo La politica come professione di Max Weber, scritto nel 1919, vi troverà, tra altre memorabili cose, una descrizione delle affinità strutturali tra i mestieri dell’uomo politico, dello scrittore e del giornalista. Più o meno nella stessa epoca il critico Alessandro D'Ancona (con Orazio Bacci) inseriva nel suo Manuale della letteratura italiana ben quattro esempi di eloquenza parlamentare (Cavour, Benedetto Ricasoli, Marco Minghetti, conosciuto come «l’uomo che parlava meglio al Parlamento italiano», e Quintino Sella) su un totale di settantatre scrittori. Quasi uno su diciotto, tra l’altro tutti appartenenti alla Destra storica. Quale percentuale avremmo oggi? A quel tempo quotidiani e riviste traducevano persino dall’inglese, francese e tedesco le più belle allocuzioni dei leader stranieri, accompagnandole con articoli dove un reporter trasmetteva ai lettori gli aspetti extra-letterari, ma non extraretorici, dell’orazione (com’era vestito chi parlava, come gesticolava, che tono di voce aveva).
E poi, in tutto questo, c’era D'Annunzio, «Vate» pure nei discorsi politici. L’autore di Forse che sì forse che no riuscì a guadagnarsi un posto nella storia d’Italia solo grazie alla propria maestria stilistica e alla convinzione - ereditata dalla Rivoluzione francese - che si potesse guidare la politica con parole potenti e incisive. Anche Marinetti e Sem Benelli (e più tardi Guglielmo Giannini, che faceva ridere l’intero Parlamento, eccetto Dossetti, con sconce barzellette) tentarono di seguire le orme di D’Annunzio. Ma ebbero meno fortuna: «Ogni volta che si apre una grave crisi politica - ci spiega Pedullà - provano a scendere in campo gli uomini di lettere o di spettacolo, ma difficilmente hanno successo. Nel secondo Novecento, poi, lo scrittore ha la tendenza a essere più analista della lingua che oratore in proprio».
Nel Dopoguerra - prima per il rifiuto culturale dell’oratoria fascista, poi per il dilagare delle tecnologie - il politico «maratoneta» del discorso, che riusciva a tenere concioni di tre ore a piazze di migliaia di persone, in una specie di processo educativo alla collettività, si trasformò in un inquietante soggetto che parlava «politichese» (negli anni ’70 e ’80, con poche eccezioni: Pietro Nenni le cui metafore erano ammirate da Pasolini), per poi riguadagnare di nuovo terreno come «centometrista»: dall’intervento più eccentrico del nostro recente passato (Marco Pannella per venticinque minuti imbavagliato durante la Tribuna elettorale del 18 maggio 1978) fino alle battute fulminanti e prive di pensiero nei nostri talk show. Ormai è tutta una corsa. All’audience.