Quando i fessi invocano i valori all’ingrosso

Caro Granzotto, La prego di fornire risposta al seguente interrogativo su come si sarebbe comportata la Montalcini al momento del voto sulla fiducia al governo Prodi, ha risposto di avere già votato 700 volte contro Berlusconi, di avere molta fiducia nel presidente del Consiglio e di continuare a credere che anche questa volta «i valori prevarranno». Io, confesso, mi sono impegnato molto per riuscire a capire a quali valori la Signora si riferisse; ho cercato di individuare i valori posseduti da Prodi e non da Berlusconi, da Pecoraro Scanio e non da Casini, da Diliberto e non da Fini ma, purtroppo, non sono riuscito a cavare un ragno dal buco. Una volta mi avrebbero potuto dire: «Be’, se lo ha detto la Montalcini alla quale hanno dato pure un premio Nobel, vuoi che non sia vero?». Mah, che debbo dirLe: da quando il Nobel l’hanno dato anche a Dario Fo non mi fido più tanto.


Deve sapere, caro Giansoldati, che l’estate scorsa, in campagna, dedicai un po’ del mio tempo al bricolage. M’ero messo in mente di costruire artigianalmente un fessometro, ma non di quelli di precisione, quelli che calcolano il tasso di fessaggine al novantotto, novantanove per cento. Sebbene mi bastasse un aggeggio che la misurasse a spanne, il lavoro non si presentò facile. L’area di azione della fessaggine è infatti smisurata, essa si può manifestare in ogni campo e in ogni circostanza, può essere lieve e innocua ai più (in tal caso ci si trova di fronte al fessacchiotto) o micidiale nelle sue conseguenze (e qui, invece, siamo in presenza del fesso col botto). Mi serviva dunque un minimo comune denominatore, un qualcosa che caratterizzasse la fessaggine nei suoi vari aspetti o, detto in altre parole, individuare una fessaggine suprema in grado di fesseggiare il fesseggiabile. Dai e dai, pensa e ripensa, alla fine ci sono arrivato: a sensore dei valori di grandezza politica e culturale della fessaggine ho collocato la parola «valori». Badi bene, caro Giansoldati: valori, al plurale. Il fessacchiume, infatti, non prende mai in considerazione un singolo valore, mettiamo l’amor di Patria, mettiamo l’onestà. No, tratta i valori all’ingrosso, un tanto al chilo. Ragiona (ragiona? Mah) a paccate, a bidonate di valori. Nella versione fesso-che-più-fesso-non-si-può i valori non sono poi lasciati nudi e crudi, ma vengono infiocchettati con due aggettivi, «condivisi» e «fondanti». In presenza dei quali, va da sé, il mio fessometro schizza all’insù, quasi superando la barriera del suono.
Di cosa si stava parlando? Ah, sì, della signora Rita Levi Montalcini la quale si fece bella vantandosi d’aver votato in Senato ben settecento volte, pensa un po’, a favore del governo. E che, alla vigilia del settecentunesimo voto, quello fatidico di mercoledì scorso, ebbe a dire, facendo il verso a Luigi Facta da Pinerolo, di nutrire fiducia per le sorti di Prodi perché «credo che i valori prevarranno». Prova provata che uno può anche beccarsi il Nobel in quanto conosce il nerve growth factor come le sue tasche, ma se non vuole farsi dare la baia deve poi aver cura di attenersi a quella regola di vita incisivamente espressa dal noto adagio «Ofelè fa ’l to mestè» che, nella versione dotta, suona «Sutor, ne ultra crepidam». Intendiamoci, se da ciabattini si va oltre alla scarpa, poco male. Capita. Ma che per andarci non trovi di meglio che menarla coi «valori» tirati in ballo ogni due per tre persino da Binnu u tratturi, quel Bernardo Provenzano che ci riempiva i suoi pizzini, be’ è cosa che manderebbe in tilt lo strumento del quale le ho parlato, caro Giansoldati. E che non attivo perché si deve portare rispetto a una signora. Sebbene senatrice a vita. E ancorché settecento volte tifosa di Prodi.