QUANDO I LETTORI DIVENTANO APOSTOLI

Mi rendo conto di essere un po’ ripetitivo. In media scrivo un articolo di questo genere una settimana sì e l’altra pure. Ma penso che, a costo di sembrare ripetitivi o anche di esserlo davvero, raccontare il rapporto fra voi che leggete questo Giornale e noi che lo scriviamo sia un imperativo categorico. Varrebbe la pena persino di ripubblicare tutti i giorni la fotocopia dello stesso articolo. Perché è qualcosa di unico nel panorama della stampa, un caso di partecipazione totale dei lettori alla vita di una redazione.
Non ho il minimo segnale in questo senso ma, provocatoriamente, spererei che il mio telefono qui al Giornale nelle ultime settimane fosse intercettato e che le intercettazioni venissero pubblicate integralmente. Perchè - fatta la tara di decine di uffici stampa che chiedono spazio per i loro protetti - ne uscirebbe la storia di una Genova, di una Liguria e di un’Italia migliori. E non perché dall’altro capo del filo c’è gente che parla bene di noi. Certo, fa piacere, ci mancherebbe altro. Ma non è questo il punto.
Il punto è che dalle trascrizioni integrali di quelle registrazioni escono decine di donne e uomini perbene, che ci parlano come se fossero i nostri nonni, i nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri figli (a seconda dell’età anagrafica) e che sposano le nostre battaglie. Anche quelle più impopolari, anche quelle meno facili. Sono persone che, magari, non sempre la pensano allo stesso modo. Ma contraddistinte tutte dall’onestà intellettuale di fondo nel portarle avanti e nel riconoscere l’onestà intellettuale anche di chi la pensa diversamente da loro.
Leggere quelle telefonate, soprattutto, farebbe uscire l’immagine di una Genova che sa immedesimarsi in qualcosa in cui crede e che ama, fosse pure un giornale, fosse pure il Giornale. E questo mondo che sembra uscito da un libro del secolo scorso, da un piccolo mondo antico che c’è sempre meno e che continua a piacerci e che, fortunatamente, rivive. Magari in un microcosmo come quello dei lettori del Giornale.
Basta una voce, magari riconosciuta dalla televisione, o un incontro casuale per strada - favorito dalla grande ospitalità, visibilità e collaborazione che ci dà Primocanale a Gradinata sud e negli altri approfondimenti sportivi - per conoscersi e ri-conoscersi.
Credetemi, è qualcosa da brividi. Che diventa ancor più da brividi quando si allarga a un pubblico che è più largo del solito, straordinario, pubblico del Giornale. Il club di chi ci scrive si allarga giorno dopo giorno e, ogni volta, notiamo nuovi mittenti, nuove calligrafie, nuove provenienze. E ancor più sono coloro che, magari in preda al blocco dello scrittore di fronte a un foglio bianco o alla sindrome da analfabetismo informatico di fronte a una e-mail (è qualcosa che conosco benissimo, dato che ho un rapporto ai confini del luddismo con le nuove tecnologie), ci telefonano. E, anche stavolta, dall’altro capo del filo ci sono nomi nuovi, voci nuove, magari lettori storici che però non si erano palesati. Ma, soprattutto, lettori nuovi che magari si sono avvicinati per curiosità, attratti da un titolo diverso dal resto della melassa giornalistica o da un’esternazione televisiva un po’ più forte delle altre, e poi non ci hanno più lasciato.
L’ultimo grazie vorrei dirlo ai lettori che - dopo aver letto le cinque lettere d’addio al Giornale (tutte anonime, tranne una) di genoani che amavano più la difesa acritica di Preziosi che la verità e il proprio Giornale - si sono dati da fare per recuperare. E ce l’hanno fatta, convincendo amici e parenti a colmare il gap. Risultato: la somma algebrica è assolutamente positiva. Ma, vi prego, non fermatevi. Continuate a dire in giro che, anche a Genova, un’altra informazione è possibile: la nostra miglior pubblicità è il passaparola. Convincere un amico a leggere, anche solo per un giorno, questo Giornale. Per farlo rimanere, ce la mettiamo tutta noi.
Avere apostoli, anzichè lettori, rende tutto maledettamente più facile.