Quando i libri facevano soldi (e cultura)

«Le mie poesie si vendono come il pane» grida ispirato il vecchio poeta Giuseppe Ungaretti seduto al tavolo da pranzo di Villa Meina. «E questo miracolo lo si deve a lei, caro Arnoldo Mondadori». «Lei mi ha imbrogliato» urla divertito Angelo Rizzoli aprendo con forza la porta dell’ufficio di Luigi Rusca, l’uomo che per lui ha creato la BUR, la biblioteca universale della sua casa editrice. «Altro che cultura! Con questi libri si fanno un sacco di soldi». In quelle due esclamazioni si racchiude il passaggio fra un’editoria d’élite e un’industria capace di «veicolare» con eguale successo genere alto e genere basso, autori di nicchia e scrittori di best-seller.
Di questo passaggio Rizzoli e Mondadori furono i protagonisti indiscussi e i giganti del loro tempo. Crearono un impero e lo impersonificarono. Con la loro scomparsa si chiuse un’epoca. È questo l’assunto di Il Cummenda e l’Incantabiss, il documentario che ha chiuso l’altra sera al Teatro Dal Verme il «Milano Doc Festival». Girato da Andrea Bettinetti, con la fotografia di Angelo Volponi, prodotto da Michele Bongiorno (il figlio del Mike) con il sostegno della Fondazione Mondadori e della RCS Mediagroup, presentato a un folto pubblico dove si mischiavano personalità del mondo dell’editoria e dello spettacolo, Il Cummenda e l’Incantabiss - il titolo deriva dai loro soprannomi - è un bellissimo «come eravamo» in cui si intrecciano spezzoni d’archivio, immagini di repertorio, interviste. Sfilano sullo schermo Giulio Andreotti, Mario Monicelli, Enzo Biagi, Alberto Rizzoli, Nicole Carraro, Franco Decleva, Cristina Mondadori, e dai loro ricordi emana la nostalgia di un’altra Italia, povera e unita.
Nati nel 1889 - orfano Angelo Rizzoli e allevato dai Martinitt, figlio di un ciabattino analfabeta Arnoldo Mondadori - entrambi iniziarono la loro attività come apprendisti tipografi. Nel 1909, quando Marinetti fonda il Manifesto Futurista, il primo ha già la tipografia e il secondo lavora al giornale Luce! edito da La Sociale. Hanno poco più di vent’anni, ma sanno già che andranno lontano. Il documentario ne ripercorre con intelligenza le vite parallele, ma in qualche modo convergenti, l’idea dell’editore come un mestiere e un business, ma anche come una missione sociale, la cultura come educazione, la lettura come emancipazione. Diversissimi per temperamento, ciascuno fece del suo modo di essere una bandiera. Mondadori si ritagliò un abito su misura e come tale si comportò per tutta la vita, laddove il più sanguigno Rizzoli fece del suo essere un uomo del popolo il tratto distintivo del carattere. Grazie a loro Milano divenne la capitale dell’editoria, grazie alle loro pubblicazioni l’Italia divenne una nazione moderna: riviste come Oggi, l’Europeo e Epoca, Annabella e Grazia, collane come la BUR, gli Oscar, La Medusa, traghettarono il Paese della società industriale varcando anche l’Oceano. Di suo Rizzoli ci mise anche un penchant, una passione per il cinema che gli fece produrre capolavori come La dolce vita, vincere Oscar e lo mise a contatto con le dive dell’epoca dalla Lollo alla Loren.... La loro creazione non gli sopravvisse. I rapporti con i figli furono tumultuosi. Morirono a un anno di distanza, prima Rizzoli, nel 1970, poi l’Incantabiss nel 1971. Il destino gli risparmiò di vedere lo sfaldamento degli imperi che avevano creato, e il loro passare di mano come proprietà, pur continuando a mantenere il marchio con cui erano nati.