Quando i preti da marciapiede assomigliavano a don Camillo

(...) se per il suo comportamento non sembra esattamente il prototipo del prete modello. Sarà che magari ormai certi titoli sembrano fatti apposta per quegli uomini di chiesa che certo non finiscono sulle prime pagine per l’esempio di ortodossia che portano avanti. Invece i sacerdoti degli ultimi ci sono, e magari nessuno li conosce, li cita, li racconta. Ed è dai vicoli, dai marciapiedi e dalla storia scritta nella memoria di tanti genovesi che arriva il ricordo della figura di don Federico Podestà, parroco di Santo Stefano e poi di Sant’Ugo. E infine parroco di quella chiesa che nessuno poteva tirar su dalle macerie della guerra.
Dopo i bombardamenti, in via Pré, quel tempio intitolato a San Sisto II e alla Natività di Maria sembrava destinato a restare un rudere. Devastato e abbandonato non solo nei muri. Il cardinal Giuseppe Siri, che era provicario e di fatto il reggente dell’Arcidiocesi di Genova, chiamò don Podestà. «O la prendi tu questa chiesa, o la chiudo», disse il porporato. E don Federico, nato in vico Vegetti, non ebbe dubbio. «La parrocchia esplose - ricorda oggi Gennaro Sorrentino, che all’epoca era un bambino anche fin troppo vivace - Mia mamma mi affidò al don, mi tirò su quasi come un figlio, al pari di tanti altri ragazzi. Era un punto di riferimento. E sapeva alternare i sorrisi a qualche calcione ben assestato nel sedere. Anche nel fisico ricordava un po’ Fernandel, inevitabile tracciare un paragone con il don Camillo di Guareschi».
E gli aneddoti di quegli anni vanno tutti in quella direzione. Con l’Azione Cattolica trasformata in una bandiera che segnava l’avamposto della chiesta in un territorio a dir poco difficile. «Ricordo una volta che andavamo a fare la benedizione delle case - ancora si commuove il chierichetto Gennaro Sorrentino - Una volta prima di suonare a un campanello, il don mi disse: “Stai a vedere, qui ci abita un comunista”. Quando si aprì la porta e l’uomo vide la tonaca davanti a sé, tentò di chiudere subito protestando. Ma don Podestà mise il piede a bloccare l’uscio, infilò dentro il braccio con l’aspersorio e impartì la benedizione, tra gli strepiti del comunista arrabbiato». E così pure nel bar Rosita in via Pré, frequentatissimo da portuali e mangiapreti. Un giorno, entrando, vide che stava per esplodere una rissa. Uno dei presenti stava costringendo un malcapitato a un atto di sottomissione volgare. «Don Podestà prese un librone pesante e glielo tirò addosso - sorride Sorrentino - Poi disse al prepotente: “Contento? Te l’ho dato io... in testa. Contento?”. Ci fu un momento di silenzio, poi tutti scoppiarono in una sincera risata».
Ma il prete degli ultimi era soprattutto quello che raccoglieva i ragazzi per strada, li seguiva negli studi, insegnava loro un mestiere. Era quello che mentre le parrocchie vendevano le proprietà o realizzavano appartamenti, si armava di pazienza e secchi di pittura per creare saloni per i giovani e oratori sempre più accoglienti. Mai un soldo per sé, tutto per i suoi fedeli. Era quello che anni più tardi, quando suonò alla sua porta il cardinale Giovanni Canestri, deciso a offrirgli un assegno da trecentomila lire, ringraziò opponendo però un cortese rifiuto: «Sono povero per scelta - disse - Questi non mi servono». E don Podestà morì povero, con i suoi parrocchiani costretti a fare una colletta per pagarli un lettino di marmo a Staglieno.
Un uomo e un sacerdote di quelli che danno sempre l’esempio. Che non si fermano finché hanno un minimo di forza. Come quella volta in cui don Federico era salito in cima al campanile per fare alcuni lavori di manutenzione. Cadde da un’altezza pari a tre piani, e si ruppe solo tre costole. Ma si tirò su, arrivò in via Balbi, e prese un taxi, rifiutando anche un «passaggio» offerto da monsignor Filippo Fisi che lo incontrò per strada. «Il fatto è che il giorno successivo volle a tutti i costi tornare in parrocchia e dire Messa - ricorda ancora Sorrentino - Non ci fu modo di convincerlo. Mai un vizio, mai un eccesso. L’unica cosa che amava concedersi, quando poteva, era un piatto di tortellini in brodo e un bicchierino di Amaretto di Saronno».
Il resto era solo per i suoi ragazzi. Tra questi c’è anche don Raffaele Macrì, oggi parroco alla Santissima Annunziata del Chiappeto. «Sono stato ordinato sacerdote nel 1963, e lo devo a lui. Alla mia prima Messa era accanto a me, ho ancora le foto - ricorda non senza emozione - Ero nato in via Pré, tra tante difficoltà, mi ha aiutato tantissimo don Podestà, mi ha fatto studiare. Di lui ricordo la grande carità operosa, la straordinaria umanità. Un carattere severo ma sempre di gran cuore. Ci faceva capire i pericoli che avevamo attorno e ci guidava fuori dalle secche». Poi un particolare che spiega forse più di tante parole l’importanza dell’opera sacerdotale di don Podestà. «Con me in seminario c’erano altri due ragazzi di via Pré - sottolinea don Macrì - Oggi uno di noi è anche diventato missionario». Essere prete dei vicoli non è facile. Ma non è neppure un ruolo che costringe a vivere questa missione al di fuori degli schemi. Don Podestà non ha mai avuto una prima pagina sui giornali, ma è stato ricordato da monsignor Canestri con parole semplici ed efficaci: «Se tutti i miei preti fossero come lui, non avrei problemi». Ventidue anni dopo la sua scomparsa, il suo insegnamento è ancora attuale, soprattutto perché dimostra come i sacerdoti degli ultimi esistano. In silenzio. E senza bisogno di applausi.