Quando i Professori mandati da Napolitano fecero flop alla Rai

La nomina di bocconiani ai piani alti del potere non è una garanzia. La stagione targata Dematté, fra le più grigie della tv, lo dimostra

«Per guidare un cavallo non occorre essere stato un cavallo». Lo diceva Arrigo Sacchi, di mestiere allenatore di calcio, tra i più vincenti e certamente il più rivoluzionario, nonostante a pallone avesse giocato solo nel cortile di casa. E lo citava spesso Claudio Dematté, prorettore della Bocconi (toh), digiuno di televisione ma approdato alla presidenza della Tv di Stato nel lontano 1993 per capeggiare «la Rai dei professori». Chissà se ora che guida un governo di tecnici puri, rettori e teste d’uovo, il suo ex collega di ateneo Mario Monti ricorderà quell’aforisma. Niente da dire, i neoministri sono gente competente, ognuno espertissimo del proprio ramo. Un ammiraglio alla Difesa. Un ambasciatore agli Esteri. Un rettore alla Pubblica istruzione. E via così.

Eppure, la garanzia che comunque vada sarà un successo non c’è. Anzi. Nell’unica esperienza di «governo dei professori» di un’importante istituzione pubblica nostrana, le cose non sono andate benissimo. In quella Rai abbondavano le aspettative e le promesse di lotta alla lottizzazione. Invece, fu una breve e grigia stagione. E ora che tornano i tecnici, nella Tv di Stato c’è chi fa gli scongiuri. Ma per fortuna, si augurano i più scafati, «prima di arrivare qui i montiani hanno guai più grossi da affrontare». Altro che disarcionare Minzolini. Semmai, a quello ci penseranno le inchieste giudiziarie.

Siamo nell’estate del ’93 quando sulla groppa del cavallo di viale Mazzini fu issato un quintetto di accademici, l’eccellenza del corpo docente dell’epoca. Oltre a Dematté, ordinario di economia aziendale, il filosofo Tullio Gregory, Paolo Murialdi, giornalista e autore di una monumentale Storia del giornalismo, Feliciano Benvenuti, insigne amministrativista, Elvira Sellerio, fondatrice dell’omonima casa editrice. Direttore generale divenne Gianni Locatelli, l’ex direttore del Sole 24 ore, apprezzato da Martinazzoli e da Prodi, presidente dell’Iri. A rispolverarla ora quella stagione, analogie e coincidenze con il presente spuntano come brufoli. Intanto, l’Italia è in piena Tangentopoli, emergenza drammatica almeno quanto la crisi economica attuale.

Così, per cavalcare la tigre che ti fa il presidente Scalfaro? Incarica di formare un bel governo tecnico il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Tre mesi dopo alla Rai s’insediano i professori. Scelti, come la legge prevede, su indicazione dei presidenti del Senato e della Camera. Ovvero di Giovanni Spadolini e, altra coincidenza, Giorgio Napolitano, particolarmente attivo nell’operazione.

In pochi giorni i professori procedono alle nomine dei nuovi direttori. A Raiuno arriva Nadio Delai, braccio destro di Giuseppe De Rita al Censis. Al neodirettore digiuno di televisione viene affiancato Carlo Freccero in qualità di consulente. Ma dopo un paio di mesi Freccero torna a Parigi per dirigere France 2 e France 3. In autunno, dopo cinque anni di assenza, Beppe Grillo torna per due serate che fanno il pieno di ascolti. Ma anche di polemiche, causa gli attacchi indiscriminati alla Philip Morris, al presidente dell’Auditel Giulio Malgara, allo stesso Berlusconi ancora imprenditore-concorrente.

A fine anno le casse di Viale Mazzini sono vuote e Ciampi deve intervenire con un decreto salva-Rai per scongiurare la bancarotta. A Raidue è arrivato Giovanni Minoli, mentre a Raitre Angelo Guglielmi si è dimesso dopo uno stillicidio di ostruzionismi. Dal Tg3, invece, Sandro Curzi se n’è andato subito. Al Tg1 c’è Demetrio Volcic. Mentre al Tg2 è stato chiamato Paolo Garimberti. Il quale, con la direttora generale Lorenza Lei, molto stimata nei palazzi vaticani, forma il tandem di vertice della Rai di oggi. Qualcuno pensa che «i montiani» hanno fretta di mettere le mani sulla Tv di Stato?