Quando un identikit costa una condanna

(...) stati condannati il 5 aprile di quest'anno dal Gip, dottoressa Adriana Petri, complessivamente a oltre 260 gioni di carcere convertiti in una pena pecuniara che sfiora i 10 mila euro per aver pubblicato a più riprese e su varie pagine dei quotidiani in questione l'identikit, per la verità nemmeno troppo somigliante, del maniaco dell'ascensore (era, per intenderci, quello che volgarmente veniva chiamato il sosia di Ciro Ferrara per la sua somiglianza con l'ex difensore di Napoli e Juventus).
Il magistrato dottor Giovanni Arena aveva aperto un'inchiesta a nostro carico per violazione del segreto istruttorio cercando, probabilmente, di conoscere il nominativo della persona che ci aveva fornito la documentazione. Da parte nostra, pur consapevoli della possibilità di subire un procedimento, avevamo deciso di pubblicare l'identikit che a nostro parere poteva essere utile e concorrere a salvare altre ragazzine dalle attenzioni moleste di quell'uomo. Il magistrato alle nostre ragioni aveva opposto l'obiezione che il maniaco, riconoscendosi, sarebbe potuto sfuggire alla cattura camuffandosi. Il maniaco, di cui in un secondo momento era stato diramato un identikit più somigliante, sarebbe comunque poi stato arrestato e avrebbe confessato. Sin qui la vicenda che acquista, secondo me, il gusto del paradossale. Voglio soltanto aggiungere che nel testo della condanna non so se per spregio, ma senza dubbio per ignoranza della nostra professione, alcuni di noi, quelli che hanno funzioni organizzative, vengono definiti a più riprese redattori e che è comunque possibile che io e il manipolo di redattori e semplici giornalisti siamo a questo punto «indultati». Come dire la pena pecuniaria è estinta, ma il marchio infamante rimane. E questo è quanto probabilmente si ponevano come fine i nostri solerti magistrati. Un'ultima domanda. Mi chiedo quanto deve essere costata in termini di fatica fisica, mentale e soldi veri e propri questo «ambaradan» di inchiesta, così fortemente voluta dalla magistratura, alle tasche dei poveri contribuenti. Permettimi un'ultima battuta da opporre alla dicitura ormai trita che si legge nelle aule di tribunali: meglio più giustizia per tutti che la giustizia è uguale per tutti. Tanto nesuno ci crede più. Cari saluti
*Caporedattore Corriere Mercantile
e Gazzetta del Lunedì