Quando io votai repubblica e Montanelli monarchia

</B>SESSANT’ANNI FA </B>Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati alle urne per scegliere la forma di governo e per eleggere l’Assemblea Costituente

Agli appunti personali di Paolo Monelli sul referendum istituzionale del 2 giugno 1946 - oggi pubblicati per la prima volta nel nuovo numero della rivista Nuova storia contemporanea - sono molto interessato per più d’un motivo. Il primo è che ho una fiducia illimitata nell’onestà e nella precisione di Monelli come giornalista e come storico. Ho avuto la fortuna d’essergli amico, benché appartenessimo a due generazioni diverse, e conservo di lui un ricordo straordinario. Dietro lo snobismo del monocolo c’era un uomo generoso fino all’ingenuità, e uno scrittore di raro talento. Considero Roma 1943 un capolavoro. Le note che Monelli prese per una sua inchiesta sulla travagliata nascita della repubblica hanno l’impronta della genuinità.
Il secondo motivo è che la narrazione delle vicende che precedettero e seguirono quel 2 giugno fatidico avrebbe potuto porre a Montanelli e a me, nel volume a quattro mani L’Italia della Repubblica, un problema che era insieme personale e professionale. Nel referendum Montanelli aveva votato monarchia, io Repubblica. Monarchia, lui, non perché sottovalutasse gli errori e le viltà di Vittorio Emanuele III ma perché se rinnegava la monarchia «l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità». Repubblica, io «per punire il Re che aveva accettato il fascismo, subìto la guerra, e poi era fuggito abbandonando il Paese e l’esercito al loro destino». Ma poi ci accorgemmo, nella stesura del libro, che le due opposte decisioni erano derivate da valutazioni compatibili. Scrivemmo: «I voti che la Monarchia ebbe non erano tutti propriamente monarchici. Erano, in particolare al nord, voti di moderati i quali ritenevano che dopo tanti sconvolgimenti la monarchia rappresentasse tuttora un’ancora solida, un simbolo di continuità e stabilità».
Il terzo motivo sta nel tema - dai monarchici continuamente evocato e attizzato - dei brogli cui il ministro dell’Interno Giuseppe Romita avrebbe fatto ricorso per dare la vittoria alla Repubblica. Cercavo nei “frammenti” di Monelli, e nei suoi colloqui con personaggi di primo piano del drammna istituzionale, nuovi elementi di valutazione. Li ho trovati (forse il “nuovi” sarà da qualcuno contestato perché nella immane congerie di interviste, memoriali, dichiarazioni riguardanti il 2 giugno e la disputa sui risultati può essere trovato tutto e il contrario di tutto). Sta di fatto che nelle parole di alcuni esponenti monarchici la tesi dei brogli si attenua o sfuma.
Non è che le «carte Monelli» cambino il profilo degli avvenimenti, e la caratterizzazione dei protagonisti. Umberto II è, in questi ricordi, tale e quale tutti l’abbiamo in mente: cortese, scrupoloso, diligente, un ottimo Re da ordinaria amministrazione. Ma privo d’iniziativa e di autorità. Il suo senso del dovere era formale e protocollare. Durante la «fuga di Pescara» - stando alle testimonianze - pensò coraggiosamente di tornare a Roma, e ne fu dissuaso dalla madre. Ma non risulta che lui, gratificato del ruolo di comandante del «gruppo armate sud», abbia mai domandato quale sorte avessero le armate del suo gruppo, e desse ordini per evitarne la totale disgregazione. Qualcuno ha definito i Savoia «spettatori della storia». Umberto II lo era. Quanto a De Gasperi, gli viene attribuita una propensione per la monarchia (la figlia Maria Romana ha tuttavia negato che così fosse, e raccontato che sia lei sia il padre votarono Repubblica). Credo che l’idea d’un De Gasperi sotto sotto monarchico sia ragionevole: ma il trono che rimpiangeva non era quello di Roma, era quello di Vienna.
I brogli dunque. Giovanni Artieri, giornalista insigne e fedelissimo del Re, non aveva dubbi. «Artieri è sicuro che il plebiscito sarebbe riuscito a favore di Umberto se non ci fosse stato il broglio. Egli stesso con il giornalista Vito Antonio Napoletano ha visto nelle soffitte di Montecitorio una enorme quantità di sacchi della Nettezza di Napoli pieni di schede non scrutinate, corrispondenti ai due milioni di voti scomparsi. Provenivano evidentemente dal sud, in grandissiuma maggioranza a favore della monarchia». Più cauto Falcone Lucifero, ministro della Real Casa: «Noi abbiamo raccolto una grande quantità di indizi a favore della teoria del broglio, ma non la prova del broglio».
Ma l’attestazione più importante viene da Enzo Selvaggi, irruento segretario generale del Partito democratico italiano: uno degli attivisti monarchici che nelle ultime fasi della campagna elettorale avevano spronato Umberto ad essere - e nei limiti delle sue capacità lo fu - il propagandista di se stesso. L’esito del referendum era stato dapprima accettato dal Re, tanto che con De Gasperi aveva concordato le modalità della sua partenza. Ma alcuni giuristi sollevarono un problema procedurale. Il decreto luogotenenziale del 16 marzo precedente con il quale era stato indetto il referendum si riferiva a «maggioranza degli elettori votanti», non a maggioranza dei voti validi. Romita s’era limitato a indicare i voti per la Repubblica e i voti per la Monarchia, senza tener conto delle schede bianche e nulle. Per questa che Nenni definì «una questione da mozzaorecchi» Enzo Selvaggi chiese la messa in discussione del referendum, qualificò la attesa proclamazione della Repubblica come un «colpo di Stato strisciante», e propose di «subordinare la formazione di un eventuale governo ad un impegno di sottoporre a nuovo e regolare referendum il problema istituzionale». Per effetto della “bomba” Selvaggi la Cassazione, pur dando atto dei risultati, non annunciò la Repubblica, e Umberto II partì per l’esilio proclamando l’illegalità della procedura che l’aveva detronizzato.
Selvaggi fu il nemico numero uno del referendum romitiano. Ma a Monelli disse: «Non credo ai brogli di Romita. Non credo nemmeno che avrebbero giovato molto i voti dei prigionieri che rappresentavano una incognita. Avendo girato dietro al Re in lungo e in largo l’Italia ebbi la maniera di prevedere che contrariamente alle attese Sicilia e Piemonte non sarebbero stati favorevoli alla monarchia... Non credo al broglio; un broglio così colossale avrebbe dovuto avere la complicità di troppa gente e qualche funzionario avrebbe finito col parlar chiaro. Certamente ci sono stati imbrogli e pasticci, gente che ha votato due volte, ma purtroppo questo avviene in ogni elezione italiana. È noto che i frati e le monache votano prima come corpo al convento e poi singolarmente nelle sezioni elettorali». Selvaggi concorda con il parere di molti osservatori imparziali: che cioè la Repubblica abbia vinto chiaramente, anche se contro la monarchia fu esercitata, soprattutto nell’Italia del nord, una pressione ambientale molto pesante. Il mio parere è che la monarchia non cadde il 2 giugno 1946: cadde l’8 settembre 1943, e da quel giorno la sua fu un’agonia senza speranza.