Quando Jack Johnson sfondò a pugni il muro del razzismo

Scrisse Jack London: «Il combattimento, se combattimento deve essere chiamato, fu simile alla lotta di un colosso con un pigmeo. Sembrava che lo stupido africano giocasse con il piccolo uomo bianco. Fu un funerale, con Tommy Burns nella veste del cadavere e Jack Johnson in quella di impresario di pompe funebri, becchino e scavatore di fossa». Jack London sedeva a bordo ring, inviato per il New York Herald: amava la boxe, ma odiava l’idea che quello stupido muso nero fosse diventato campione del mondo dei pesi massimi, la categoria dei re e degli eletti del pugilato. Cento anni fa (26 dicembre 1908) Jack Johnson apriva l’era dei re neri dei massimi. I bianchi lo vedevano come un pugno in un occhio, e peggio fu quando Jack dal dente d’oro smise di sposare donne nere (due) e cominciò a sposar femmine bianche (furono quattro) per far imbestialire quei bellimbusti. Dietro quel dente celava un sogghigno malefico. «Per offrire un sorriso d’oro ai miei avversari mentre li picchio», raccontò.
Oggi siamo arrivati a Obama e a Lewis Hamilton, altre due frontiere spazzate via dal potere nero: in politica e nella più tecnologica delle specialità sportive. E lo sport, partito dalla sua espressione più semplice, tirare pugni uno contro l’altro, è arrivato alla sua versione più sofisticata. Oggi nessuno più scrive pubblicamente di qualche «stupido africano». Jack Johnson ha dovuto sfondare muri, non solo avversari. E la sua storia dice che cento anni non sono passati invano. Nato a Galveston, quindici anni dopo l’abolizione della schiavitù, John Arthur Johnson, Arturino per la mamma, il gigante di Galveston per gli altri, capirete un metro e 90 su 87 kg di peso forma, era un bellissimo atleta: braccia smisurate (un metro e 88 di allungo), un metro e 9 cm di circonferenza toracica, un cranio raso e lucido che metteva soggezione. Nel ring dimostrava quanto l’arte gli fosse naturale: usava jab e uppercut con la tranquillità di chi si beve un caffè al bar. Dicevano difettasse di potenza, ma gli avversari ne fecero le spese. A dieci anni si provò nelle battaglie per strada, a 12 lasciò la famiglia e si imbarcò clandestinamente per New York. Prima di menar pugni fece diversi lavori: maniscalco, sguattero di cucina, il vicesceriffo in una cittadina del nord, ma rischiò il linciaggio. La carriera nel ring si iniziò nel 1897 e si concluse trent’anni dopo, al toccare dei 50 anni.
Johnson fece fuori tutti i neri messi di traverso per impedirgli la sfida ai re dei bianchi. Inseguì il campione e il campionato fino in Australia. Il campione era Tommy Burns, il cui vero nome era Noah Brusso, nato ad Hanover in Canada, definito un campione in sedicesimo visto l’handicap di taglia fisica. Burns evitò, finché fu possibile, il confronto con Johnson, cercò rifugio e danari in Australia, ma poi la stampa e l’opinione pubblica lo costrinsero al match. Il mondiale si fece a Sydney, nella nuova Rushcutter Bay Arena, appunto il 26 dicembre 1908: per gli inglesi, e per tanti altri Paesi, data tradizionalmente dedicata alla boxe. A Burns venne garantito un minimo di 50mila dollari, cifra record. Ma anche l’incasso valse un primato: centoventunmila dollari per 60mila paganti. Johnson non ebbe pietà del campione, volle fargli pagare la lunga attesa e le dichiarazioni della vigilia in cui l’incauto Burns parlò di uno sfidante pauroso ed appassito. Pane per i denti del ghigno malefico. Il canadese venne bersagliato e demolito. Johnson con lavoro metodico e feroce tagliuzzò Burns alle arcate sopraccigliari. Lo maltrattò evitando scientificamente di stenderlo, finché, al 14° round, non intervenne la polizia per metter fine allo sterminio.
Vinse Johnson, primo re nero, ma in diverse città americane si scatenò la caccia al negro: ci furono morti e feriti. Cominciò pure la caccia al regno di Jack Johnson, che la vita portò in tutte le parti del mondo. Fu anche esule e quando tornò scontò un anno di galera. Girando il mondo si fece cultura da autodidatta: parlava di Shakespeare e di Victor Hugo con la facilità con cui tirava pugni. Una famosa foto lo ritrasse a terra, sul ring de L’Havana (15 aprile 1915), con la mano sugli occhi per ripararsi dal sole: ufficialmente quel match finì per ko contro Jessie Willard, il cow boy pallido al quale Johnson aveva deciso di concedere il riscatto dei bianchi.
Erano passati sette anni da quel giorno in cui Jack London sentì contorcersi le budella e scrisse a James Jeffries, l’ex campione del mondo bianco, ritiratosi a coltivar la terra. «Jeff devi uscire dall’erba medica della tua fattoria e cancellare da Johnson quel maledetto sorriso d’oro». Jeffries lo fece e finì ko dopo 15 round.