Quando Kriminal era troppo erotico e il mite Tintin un pericoloso razzista

I personaggi dei fumetti sotto la lente severa del comune senso del pudore

Era improbabile che nel Vecchio West gente dalla pistola e dal coltello facile imprecasse con frasi come «Per tutti i diavoli» o «Per mille tamburi». Ma così è nel fumetto italiano, così è stato almeno per quelli di Tex e di Zagor, pubblicati da Sergio Bonelli e che negli anni ’60 si fregiavano del marchio di «Garanzia Morale». In tutto ciò, suona quasi come una parodia l’esclamazione «Giuda ballerino!», dell’eroe del fumetto horror Dylan Dog. Nel frattempo le immagini sono dilagate, le icone violente del cinema e della tv hanno sdoganato quelle assai meno inquietanti dell’inchiostro su carta.
La censura nel fumetto, se ancora c’è, riguarda contenuti morali o politici, o si addentra nei territori del politically correct. Se nel gradimento del pubblico ha vinto la sua battaglia Diabolik, con una Eva Kant che gode perfino della stima delle lettrici di rotocalchi femminili, altri personaggi che per volontà degli autori sceglievano il male, sono stati superati dalla realtà della cronaca o dalla parodia: basti pensare al Kriminal di Max Bunker, disegnato da Magnus, durato un decennio, e tormentato dai sequestri, soprattutto per via delle scene di nudo softcore femminile. A seppellirlo, con una risata, fu il Cattivik di Bonvi. Oppure, semplicemente, Kriminal e il suo emulo Satanik non erano abbastanza malvagi.
La censura non è esente da raffinatezze. Più che degli aspetti di grana grossa, si occupa dei messaggi subliminali. Non è dunque un caso che in tempi recenti si sia concentrata sul fenomeno più innovativo nel campo del racconto a fumetti: il manga giapponese, da cui spesso deriva l’anime, che ne è la versione a cartoni animati. Ecco allora editori importanti come la Star Comics azionare i freni nelle edizioni internazionali, comprese quelle italiane, e modificare spezzoni di Dragon Ball o di Ludwig, dove appaiono adombrate ipotesi di incesto e pedofilia. Idem per la fortunata serie di Lady Georgie, disegnata da Yumiko Igarashi (la stessa di Candy Candy), dove alcune storie d’amore semplicemente non vengono consumate, a differenza che nell’edizione originale, assai meno velata.
Ma talvolta la censura può assumere un carattere retroattivo. È il caso, recente, di un fumetto tra i più apprezzati nel mondo, tradotto in innumerevole lingue: Tintin di Hergé. Ebbene, in Gran Bretagna, in seguito alla denuncia di un avvocato, l’episodio Tintin nel Congo, pubblicato nel 1939, è stato vietato ai minori di 18 anni. La vicenda costituirebbe apologia di colonialismo e conterrebbe riferimenti razzisti verso la popolazione locale. Anche uno studente congolese residente in Belgio ha denunciato la pubblicazione presso un tribunale di Bruxelles e si è costituito parte civile contro l’editore Moulinsart. Hergé, scomparso nell’83, aveva già dovuto ridisegnare la sua prima avventura, Tintin nel paese dei soviet, per difendersi da accuse di collaborazionismo. Altro che passatempi da ragazzini.