Quando l’amore è davvero fuori dal tempo

E come al solito, trascorsi i decenni, quando cercheremo sugli scaffali della libreria un titolo per capire meglio - un’ultima volta - quello che siamo stati e l’epoca in cui abbiamo vissuto, difficilmente ritorneremo alle giovani lanciatissime promesse degli uffici stampa o ai fascinosi maestri di cui presumiamo avere tanto bisogno. Piuttosto, ci si attarderà su quei dimessi e genuini scrittori di mestiere, di azzardo psicologico e di immaginario contaminato, che non temono oggi di risultar datati domani, preferendo avere commercio più con il presente che con il Parnaso. Un po’ come a volte si ritorna a Radiguet e non a Proust.
Tra questi autori di futuribile nostalgia è probabile rimarrà Tullio Avoledo, di cui è appena uscito L’anno dei dodici inverni (Einaudi, pagg. 380, euro 19). È la storia - «complicata come l’amore, semplice come la vita; ma si potrebbe dire anche il contrario» - di un uomo ormai vecchio che un pomeriggio di gennaio del 1982 si presenta al campanello dei coniugi Grandi, una villa antica «quasi nascosta in fondo a un viale di pini coperti di neve». La ragione di questa visita, che si ripeterà negli anni successivi sempre nello stesso malioso e sospeso periodo dell’anno, si chiama Chiara, una bambina che dorme con i pugnetti chiusi e la braccia distese in una stanza che sa di borotalco e di latte. È la figlia di Emilio e Esther Grandi ed è nata il giorno di Natale. Il visitatore, Emanuele Libonati, un sedicente giornalista, si trova lì perché vorrebbe scrivere un libro che ripercorre le esistenze dei bambini nati «lo stesso giorno di Gesù. Credo che rappresentino qualcosa di speciale. Sono nove, nella nostra regione», come spiega ai genitori.
Ma è tutta una scusa. Libonati, in realtà, arriva dal 2028. È tornato indietro dal futuro nel passato, sfruttando una cronomacchina messa a disposizione dalla Chiesa della Divina Bomba. Ne fa sovente, di queste spedizioni temporali, perché vorrebbe aggiustare le cose nella vita di Chiara. La stessa Chiara con cui Libonati non si comportò diversamente da «come avevano fatto prima di me gli uomini che l’avevano presa, usata e poi scaricata alla prima crisi, alle prime manifestazioni di quella che si manifestava come una pulsione autodistruttiva. Mi chiedo se qualcuno, tra gli uomini che l’hanno avuta, l’abbia davvero amata». La stessa Chiara che si toglierà la vita una notte senza luna alle porte di Trieste.
Con lentezza e talora con difficoltà il lettore tira le fila di questo racconto che sarebbe inesatto definire «di fantascienza». È piuttosto una storia d’amore che si sposta vertiginosa da un piano temporale all’altro: le visite annuali di Libonati alla bambina, l’adolescenza e i primi amori di Chiara, il suo rapporto problematico con la madre, la riappacificazione tra le due donne, la carriera e il matrimonio di Libonati che però un giorno, appunto, incontra Chiara e la ama, ma di un amore infelice. Lo stesso Libonati che, sapendo ormai tutto, torna indietro nel tempo per donare alla ragazza - aggiustamento dopo aggiustamento, dettaglio dopo dettaglio - una vita diversa, per farle finalmente incontrare un uomo (un giovane poeta) che sappia davvero amarla, un uomo che non è lui, che non può essere lui, e alla fine ci riesce.
L’anno dei dodici inverni è una meditazione - a tratti straziante, a tratti in stile troppo hollywoodiano - su cosa davvero si è capaci di fare per amore, in un’epoca come la nostra appesantita da fraintendimenti sentimentali di ogni tipo, spesso provocati da un eccesso mediatico e televisivo che il libro squaderna senza paura, citando nomi da jet-set, marche glamour e fatti di cronaca. Soprattutto, il romanzo è una meditazione sulla rinuncia, sulla solitudine e su un tipo particolarissimo di speranza. Quando ci si dice addio, sembra suggerire l’autore, si vorrebbe disperatamente che fosse per sempre, ed è comprensibile. Come andare avanti, infatti, senza gettarci le cose alle spalle? Siamo ancora troppo egoisti per vivere nelle totalità delle relazioni eternamente presenti ogni momento della nostra vita. «Ci insegue il silenzio» scrive Avoledo. Ma in quel silenzio «ardiamo come stelle».