Quando l’amore supera il diritto

Il perdono oggi va di moda. I media ne parlano, quasi in maniera schizofrenica, ad ogni fatto di cronaca ed anche gli stati lo chiedono se durante i conflitti passati sono stati commessi episodi che hanno ferito l’umanità. La stessa Chiesa del resto ha chiesto perdono per alcune sue colpe. Qual è la ragione di tale ricorrente atteggiamento?
Ne abbiamo parlato con Marco Bouchard – un magistrato della Procura di Torino, che insegna diritto penale all’Università del Piemonte Orientale – autore, assieme a Fulvio Ferrario – ordinario di Teologia sistematica presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma – del saggio che già dal titolo Sul perdono. Storia della clemenza umana e frammenti teologici (Bruno Mondadori, pagg. 253, euro 22) si preannuncia attuale e stimolante dal punto di vista giuridico, sociale e religioso.
«Credo – risponde Bouchard - che ci sia un’inflazione del perdono “a buon mercato”, perché la vita di relazione e la vita interiore di ciascuno di noi è diventata sempre più complessa da governare emotivamente. Ci costa fatica stare bene con gli altri e in pace con noi stessi, ma ne abbiamo un bisogno disperato. Quest’ansia di pacificazione, che più è forte quanto più sono difficili i conflitti che ci coinvolgono, viene giustamente colta dai media e sfruttata commercialmente attraverso la banalizzazione del perdono a basso costo. Nella realtà, invece, siamo sempre più preda della spirale dei conflitti e i media non ci aiutano a conoscerli meglio».
È però necessario innanzitutto definire il concetto (non facile) di perdono, un atteggiamento dell’animo umano legato esclusivamente all’amore cristiano. Non può esserci vero perdono se non c’è amore. Lei condivide l’idea che l’atto di clemenza può avere motivazioni disparate, ma disgiunte dall’amore?
«Penso che sia difficile separare il perdono dalla sua radice cristiana. Questo non vuol dire che altre civiltà e altre epoche storiche non siano riuscite a concepire atti umani simili al perdono. L’essenza del perdono cristiano è però la sua totale gratuità e consiste nella capacità di perdonare l’imperdonabile. Insieme a Ferrario ho cercato di comprendere se ci siano dei nessi, da valorizzare oggi, tra il perdono cristiano e la storia della clemenza umana. La risposta, in estrema sintesi, è possibilista».
Nell’analizzare il rapporto fra il diritto e il perdono, lei scrive che il perdono è più grande del diritto che prevede tre strumenti – l’amnistia, la grazia e la riconciliazione – che si avvicinano al concetto di perdono nel senso cristiano...
«Il perdono è più grande del diritto perché non lo nega e lo oltrepassa. Il suo terreno si espande oltre i confini del diritto ma al tempo stesso limita il diritto tutte le volte che deborda dalle sue funzioni, diventando inefficace o addirittura pericoloso. In questo senso ho individuato tre forme storiche in cui il “perdono” in senso lato (e non solo in senso cristiano) si è incarnato: l’amnistia ovvero la necessità di non ricordare; la prescrizione ovvero il peso dello scorrere del tempo sui sentimenti offesi; la grazia ovvero la clemenza più o meno arbitraria del sovrano. Il fenomeno nuovo su cui vale la pena soffermarsi oggi è, invece, la ricerca della riconciliazione come modalità di coesistenza degli antagonismi. E su questa ricerca mi sembra del tutto evidente un’influenza di tipo religioso (soprattutto cristiano)».
La riconciliazione, come strumento per affrontare la violenza di massa degli stati - i casi citati nel saggio sono quelli dei desaparecidos in Argentina o della Commissione del 1995 in Sud Africa – è comunque un’anomalia giuridica. In questo caso è l’elemento politico a prendere il sopravvento. Esistono poi situazioni, come nel processo di Norimberga, in cui si è ritenuto impossibile prendere in considerazione il perdono.
«Tra la giustizia di Norimberga e la giustizia contro i mali delle dittature più recenti c’è una cesura notevole. Il processo di Norimberga è stata una risposta minima, ma necessaria (per quanto discutibile sul piano strettamente giuridico), alla più abominevole ecatombe che la mente umana abbia potuto concepire. E non è un caso che la riflessione del Novecento su ciò che è impossibile perdonare sia nata proprio dalla presa di coscienza della dimensione incommensurabile della Shoah. La transizione dalla dittatura alla democrazia in Sudamerica, come in Sudafrica (ma se vogliamo anche in Marocco o nei Paesi dell’Est europeo) ha posto i termini della questione in modo del tutto nuovo. Si è cioè preso atto che, fermo restando la necessità di una risposta giudiziaria per i crimini contro l’umanità, le dittature avevano lasciato in eredità una profonda divisione – ideale, culturale, sociale (e non solo politica) – in tutti i Paesi dilaniati da quell’esperienza. Per questo si è tentata la strada della riconciliazione, a volte timidamente, altre volte in modo più clamoroso come è avvenuto in Sudafrica. Dal mio punto di osservazione, dunque, c’è un filo che unisce l’orizzonte della riconciliazione e non ritengo che la vicenda sudafricana sia un’anomalia politica».
Il giudice, nella sua attività, è l’uomo forse più lontano dal perdono. Deve attenersi alla legge. Sul piano umano potrebbero quindi presentarsi dei contrasti morali...
«Io credo che sarebbe importante se il magistrato acquisisse una mentalità tale da permettergli di pensare al caso concreto che lo occupa, anche oltre i limiti delle sue funzioni. È ovvio che il magistrato non è chiamato a perdonare (se non quando la legge glielo consente, come avviene per i minorenni o per i maggiorenni a cui sospende la pena). Ma sarebbe importante che il magistrato riuscisse a comprendere che il giudizio, la sentenza non sono un punto fermo d’arrivo, una de-finizione dei rapporti, ma l’occasione per un possibile riconoscimento tra le parti – così osserva Paul Ricoeur -, un passaggio, un’apertura verso un rafforzamento dei legami. Anche attraverso il perdono. Per riuscire a perdonare e, soprattutto, a richiedere il perdono ci vuole tempo. Ma il tempo non va sprecato. Va messo a frutto. Purtroppo non è così. Almeno oggi».