Quando l’«Angelo di Prodi» frequentava i tangentari

Il mensile «Micromega» ricostruisce la carriera di Rovati, da trent’anni a fianco del Prof: nel 1987 favorì la vendita di un’azienda Eni a Montedison

da Roma

«La riunione decisiva si tenne alla fine del 1994, nella casa di Pavia di Virginio Rognoni, con Nino Andreatta, Giovanni Bazoli e Michele Salvati. Dissero a Prodi: “Contro Berlusconi, sei l’unico che ce la può fare”». Così Angelo Rovati, il consigliere di Palazzo Chigi «dimissionato» dopo l’affaire Telecom lo scorso settembre, raccontava nel luglio 2005 in un’intervista a Panorama di essere l’amico più fidato dell’attuale premier da «più di trent’anni» ricostruendo le fasi iniziali della discesa in campo del Professore.
Nel passato del «colosso di Prodi», uno dei tanti nomignoli che gli sono stati affibbiati nel corso degli anni per via della elevata statura fisica (1 metro e 94 centimetri), non ci sono solo il ruolo di «pseudotesoriere» delle campagne del premier, l’acquisizione in cordata con Montezemolo e Gazzoni di Italfondiaria o la passione per il basket. Un episodio della vita di Rovati, sommerso dalla polvere degli archivi, è stato riportato alla luce da Peter Gomez e da Ferruccio Sansa nell’ultimo numero di MicroMega, periodico del gruppo Espresso diretto da Paolo Flores d’Arcais.
Altri tempi. Si tratta di uno dei tanti filoni di Tangentopoli sui quali indagava l’allora pm e ora ministro Antonio Di Pietro. L’ipotesi di reato riguardava la privatizzazione avvenuta nel 1987 della Imeg, società del gruppo Eni attiva nel settore marmi, con l’ingresso come socio paritetico della Calcestruzzi di Raul Gardini (che la acquisirà totalmente nel 1988). Amministratore delegato di quest’ultima era Lorenzo Panzavolta, ex manager delle coop rosse, ex partigiano e soprattutto finanziatore attraverso il «conto Gabbietta» di Primo Greganti, meglio noto nel Pci come il «compagno G». L’uomo Eni nell’operazione era Alberto Grotti, manager in quota dc (condannato a 1 anno e 4 mesi per la maxitangente Enimont). E, infine, Angelo Rovati, amico di Raul Gardini e dei Ferruzzi.
La tangente. Com’era prassi nella Prima Repubblica, ogni operazione per andare a buon fine aveva bisogno di un’oliatina. Il 28 luglio 1993 Alberto Grotti raccontava così la sua versione al pm Di Pietro. «L’allora manager Imeg, Gianni Fogo, non era entusiasta della privatizzazione e fu sostituito da Vito Gamberale (ex Enel, Sip, Tim e Autostrade, ndr). Contestualmente alla scelta della Calcestruzzi fui contattato da tal Angelo Rovati da me conosciuto in quanto frequentava gli ambienti dell’Iri», spiegò Grotti. «Ricordo che Panzavolta - aggiunse - mi disse che se si giungeva alla conclusione dell’acquisto ci sarebbe stata una ricompensa personale nei miei confronti lasciandomi intendere che si trattava di una tangente. Naturalmente Rovati era d’accordo con il Panzavolta nel farmi pervenire la tangente in questione». Ma c’è di più: Il «colosso di Prodi» avrebbe trattenuto un pourboir. «Ricordo - disse Grotti - che la somma totale versatami da Panzavolta si aggirava intorno al miliardo e mezzo (di vecchie lire, ndr) in quanto nell’occasione in cui Rovati ebbe a consegnarmi i denari, mi disse che una parte di tale somma l’avrebbe tenuta per sé e ricordo che si trattava di quindici, venti milioni. Siccome Rovati ebbe a consegnarmi i soldi un’altra volta presumo che anche la seconda abbia fatto lo stesso». Grotti affermò che parte della tangente fu messa nelle mani dell’allora segretario amministrativo della Dc Severino Citaristi e aggiunse che «Panzavolta disse che per facilitare l’acquisto erano stati contattati anche esponenti del Psi e tale contatto era stato preso», tra gli altri, da Vito Gamberale. Il 26 agosto 1993 fu lo stesso Panzavolta a dare la sua versione al futuro ministro delle Infrastrutture. «Per definire i particolari dell’acquisto chiesi di essere assistito da Angelo Rovati, conosciuto tramite il dottor Gardini che sapevo essere amico dell’ingegner Grotti». Per chiudere il contratto il manager Eni, secondo Panzavolta, avrebbe fatto presente che «la Calcestruzzi avrebbe dovuto versare in nero diversi miliardi allo stesso Grotti. Detta somma veniva consegnata - personalmente - in un luogo prestabilito a Roma».
Acqua in bocca. Il 30 luglio 1993 Rovati fu interrogato da Di Pietro a Palazzo di giustizia a Milano. Chi l’avrebbe detto che 13 anni dopo sarebbero stati vicini di banco a Palazzo Chigi? Ma a quel tempo erano su fronti opposti. Angelone rivelò che «Grotti chiese di restituirgli poi riservatamente la cifra di due miliardi, motivando tali fatti con necessità personali». Insomma, la tangente forse era una «cresta sulla spesa» ma c’era e così c’era pure un chip per il «consulente». «Preciso - raccontò Rovati - che durante gli incontri avvenuti fra me, Panzavolta e Grotti avevo precisato a questi ultimi che per il mio interessamento vi doveva essere un compenso di intermediazione stimato da me in circa cento milioni di lire». Nel febbraio 1993, però, Panzavolta fu arrestato una prima volta nell’ambito delle indagini della procura milanese e tornato a casa chiamò Rovati per informarlo che non aveva raccontato nulla dell’affare Imeg. «Mi domandò - riferì l’ex consigliere di Prodi - di chiedere al nostro comune amico Grotti di comportarsi nello stesso modo». Rovati seguì il consiglio. «Gli riferii - concluse - il messaggio di Panzavolta. Grotti mi rispose che piuttosto che parlare si sarebbe fatto tre mesi di carcere».
Epilogo. Rovati come Silvio Sircana e Daniele De Giovanni è uno dei fedelissimi di Prodi da lui ricompensati con un posto di prestigio à côté dell’esecutivo. Alle sue seconde nozze con la stilista Chiara Boni hanno partecipato il gotha dell’Unione, i banchieri Profumo e Costamagna, il presidente Enel Gnudi e l’ad Rcs Perricone. A lui spettava occuparsi delle nomine pubbliche per conto del premier, ma il piano per il conferimento della rete Telecom alla Cdp, elaborato all’ombra del Professore lo ha costretto al passo indietro. Ora, sempre in quota Prodi, si occupa del Partito democratico (e di Dc ma quella di Pizza). Come hanno scritto Gomez e Sansa: «Chissà se Prodi aveva deciso di ignorare quell’ombra oppure se non la conosceva. Due ipotesi altrettanto allarmanti».