Quando l’antifascismo processò la Resistenza

Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Benedetto Croce: tre intellettuali fortemente critici verso i «voltagabbana» e i «disertori»

È duro a morire, anche se ormai coperto dalle ragnatele della storia, il mito della «resistenza tradita», di quella rivoluzione italiana che, se non fosse stata interrotta nel suo corso, avrebbe potuto, secondo alcuni, rigenerare la nazione, svellere la malapianta del clericalismo, del capitalismo avventuriero, della continuità tra fascismo e Repubblica.
A distruggere quel progetto di riforma radicale, nel giugno del 1948, si aggiunge, furono, insieme alle forze politiche moderate, tutti coloro che vengono, ancora oggi, sprezzantemente definiti i profeti dell’«anti-antifascismo». Una lunga lista di intellettuali e politici e, accanto a loro, molti giornalisti coraggiosi come Leo Longanesi, Giovannino Guareschi, Gaetano Baldacci, Guglielmo Emanuel, Indro Montanelli. I loro argomenti erano semplici e chiari e puntavano su alcuni incontrovertibili dati di fatto: l’impossibilità, per un movimento nettamente minoritario come quello della resistenza, di decidere le sorti dell’intero Paese e di monopolizzare il merito della vittoria contro il fascismo; l’individuazione, in esso e almeno nelle sue componenti più radicali, di una congenita ostilità alle istituzioni democratiche e parlamentari; l’opposizione frontale o la scarsissima sensibilità dei reduci della guerra partigiana, soprattutto comunisti e azionisti, per la collocazione occidentale dell’Italia nello scenario internazionale.
A considerarli oggi, questi argomenti poco si distinguono da quelli che, tra 1944 e 1945, erano stati avanzati da tre esponenti di spicco dell’opposizione intellettuale antifascista: Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Benedetto Croce. Pensiamo alla loro critica liquidatoria sulla resistenza e sul nuovo antifascismo posteriore al 25 luglio, secondo la quale la prima era stata composta nella gran massa da «disertori (fra i quali parecchie camicie nere, carabinieri, guardie carcerarie) o dagli operai che non volevano andare a lavorare in Germania», e il secondo era stato smisuratamente ingrossato dai molti che avevano «voltato gabbana», poco prima del 25 aprile, «proprio nelle ultime settimane quando la partita era ormai perduta e che si presentano ora come “salvatori della patria”». Del tutto aleatorio, o quasi, fu in ogni caso il potenziale militare di quella lotta armata. «La capacità offensiva dei partigiani è stata quasi nulla», anche se tra loro vi erano stati pure degli «eroi purissimi che si sono sacrificati per la libertà», e si era limitata soltanto a dare alcune «seccature ai tedeschi». Ma più dura ancora era la valutazione politica della resistenza e in particolare dell’esperimento di «democrazia progressiva», messo all’ordine del giorno dal Cnl alla fine del 1944, che avrebbe potuto avviare «la condizione più favorevole per un’azione rivoluzionaria alla quale solo i comunisti sono veramente preparati», e che avrebbe fatto propria «la formula “tutto il potere ai Cnl”, che corrisponde alla formula “tutto il potere ai soviet” dei comunisti russi nel 1917».
Sono tutti giudizi, questi, tratti dalla corrispondenza di Ernesto Rossi con Salvemini, nella quale a più riprese le forze di ispirazione marxista venivano considerate alla stregua di meri ausiliari dell’imperialismo sovietico, e il Pci in particolare identificato «come un partito nazionalista straniero, inassimilabile nella democrazia dei nostri paesi», a partire dall’atteggiamento antitaliano e filoslavo di «Togliatti e della banda stalinista italiana» sulla questione del confine orientale.
Il servile ossequio del capo comunista alle direttive di Mosca sarebbe stato denunciato anche da Salvemini, tra 1944 e 1945, sempre in relazione all’atteggiamento favorevole del Pci all’annessione jugoslava dei territori giuliani. Altro avrebbe dovuto essere l’obiettivo della resistenza, secondo Salvemini. L’entrata in campo del popolo italiano contro fascisti e nazisti doveva essere contrattata, sulla base della revisione dell’armistizio, siglato con le Nazioni Unite, per assicurare «all’Italia Gorizia, Trieste, l’Istria occidentale», visto che quello sforzo bellico non poteva essere compiuto solo «per la smania di servire agli Alleati e per il piacere di fare la guerra ai tedeschi».
Di parere non dissimile era Benedetto Croce. Dalla lettura dei Taccuini di guerra del vecchio filosofo emerge con forza il timore che la guerra partigiana possa trasformarsi in una rivoluzione «comunistico-socialista» che, in breve, avrebbe consegnato l’Italia ad un altro totalitarismo, forse più spietato, come la «liberazione» di Polonia, Ungheria e degli altri Paesi danubiani e balcanici, operata dalle truppe sovietiche, coadiuvate dalle formazioni partigiane comuniste, andava dimostrando con abbacinante chiarezza. La rivelazione della strage di Katin, avvenuta da parte dell’Armata Rossa, tra marzo e maggio del 1940, confermava in Croce questo timore, quando anche in Italia si era appreso dell’«eccidio fatto dai russi di migliaia di ufficiali polacchi, che erano loro prigionieri». La minaccia di una sovietizzazione imposta con la violenza, scriveva Croce, si avvicinava anche al nostro Paese. Era già attiva nelle regioni orientali esposte alle violenze delle «bande di Tito». La si scorgeva serpeggiare nella gestione dell’epurazione antifascista delle strutture statali «maneggiata dai commissari comunistici» che tentavano di attuare «un’infiltrazione del comunismo», perpetrata «contro le garanzie statutarie, contro le disposizioni del codice, per modo che nessuno è più sicuro di non essere a capriccio fermato dalla polizia, messo in carcere, perquisito».
Tutto questo avveniva in ossequio alla «rivoluzione vagheggiata e sperata». E sempre in ossequio a quel progetto eversivo, le regioni settentrionali dell’Italia, controllate dagli elementi estremisti del Cnl, divenivano il teatro di stragi di massa contro fascisti, ma più spesso contro vittime del tutto innocenti. L’8 agosto del 1945, la famiglia Croce riceveva la visita di un conoscente «che ci ha commossi col racconto del fratello incolpevole, non compromesso col fascismo, ucciso con molti altri a furia di popolo a Bologna». Nella stessa pagina del diario, si annotava: «In quella città gli uccisi sono stati due migliaia e mezzo, tra questi trecentocinquanta non identificati».
Tra antifascismo e resistenza si scavava, in queste testimonianze, una trincea difficile da colmare. Si alzava uno steccato che soltanto la costruzione di una memoria contraffatta di quegli anni terribili ha potuto per molto tempo celare. Ma soprattutto veniva ampiamente alla luce la non identità tra antifascismo e resistenza. Anche un altro antifascista di rango, come Piero Calamandrei, aveva espresso, nel 1944, non poche perplessità per gli uomini della guerra partigiana, che gli sembravano soprattutto impegnati in una «guerriglia civile» destinata ad inasprirsi e a divenire rapidamente «una lotta contro i borghesi». Era un atteggiamento, nutrito di sospetti anche molto consistenti sulla natura di un movimento surrettiziamente infiltrato dal comunismo russo, che sarebbe stato sostituito, a breve, dal cedimento alla retorica resistenziale ben dimostrato da un suo volume del 1955, ora recentemente ristampato: Uomini e città della Resistenza (Laterza, pagg. LXXVI-282, euro 24). Una retorica, quella di Calamandrei, non priva di accenti toccanti e sinceri, ma con la quale, come per tutte le retoriche, occorre continuare a fare i conti, anche oggi, ad occhi aperti, anzi spalancati.
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