Quando l’Argentina censurava Paoli, Baglioni e Nicola di Bari

Pubblicata dopo trent’anni la lista nera delle canzoni vietate dal regime dei generali. Nel mirino molti cantanti italiani

Madrid - «Ma girando la mia terra io mi sono convinta che / non c'è odio non c'è guerra quando a letto l'amore c'è» cantava nel 1978 Raffaella Carrà, rendendo famosa in tutto il mondo la Tanti auguri di Pace e Boncompagni. Vitale e maliziosa, la canzone ha segnato un'epoca in Italia e all'estero e continua ad essere cantata tutt'oggi. La reinterpretazione pop di quel famoso «fate l'amore e non la guerra» non dovette però piacere particolarmente alla dittatura dei Generali argentini, che comandò con il terrore il Paese dal 1976 al 1983, e che non ci pensò due volte nel mettere all'indice l'hit della Carrà. Assieme a lei finirono nella lista nera delle «cantabili il cui testo non è adatto a essere diffuso per radio» altre centinaia di canzoni, in buona parte d'amore e italiane, che il regime considerava offensive per la morale «occidentale» e «cristiana».
A scoprire le censure musicali di Videla e dei suoi militari è stata ieri la Commissione Federale per la radiodiffusione argentina che ha scoperto tra vecchi documenti le sette pagine dattiloscritte della Presidenza della Nazione con la lista delle «galeotte», e le ha pubblicate su Internet.
Se la scelta di censurare Tanti auguri ha qualche spiegazione (il ritornello in spagnolo oltretutto dice: «Per fare bene l'amore bisogna venire al sud» e poteva seriamente mettere in imbarazzo i generali australi) risulta invece più difficile capire il veto caduto su varie canzoni d'amore di Gino Paoli, Claudio Baglioni, Toto Cutugno, Nicola di Bari e Umberto Tozzi. Forse «Quella sua maglietta fina / tanto stretta al punto che mi immaginavo tutto» cantata da Baglioni fu considerata pericolosa perché capace di accendere l'immaginazione dei più, anche se, apparentemente, non andava certo contro la morale occidentale. Al bando finì anche Pienso en Vos, di Battisti e Mogol. «Io lavoro e penso a te / torno a casa e penso a te / le telefono e intanto penso a te / Come stai? E penso a te» erano versi che per i generali ultraconservatori probabilmente non si conciliavano con l'idea di famiglia tradizionale.
Nella lista, rimasta nascosta per trent'anni, sono finite anche «La donna che amo» di Serrat, cantata da Gino Paoli; Mia di Nicola di Bari e Sì di Toto Cutugno. Assieme a loro ci sono circa 200 titoli di canzoni principalmente in spagnolo, inglese e francese, considerate deprecabili. Per tutti vale lo stesso imperscrutabile metro di giudizio, che ha portato a censurare cantautori «impegnati» come lo spagnolo Joan Manuel Serrat o il chileno Víctor Jara, assieme ad altri cantanti che niente avevano a che fare con la politica come gli spagnoli Camilo Sesto o José Luis Perales. In Pequeño superman Perales canta infatti versi di dubbia sovversività: «Vestiti come vuoi, bevi Coca Cola, vola con Iberia a New York, fumati una Marlboro, beviti un Martini».
La dittatura, che con la sua repressione, i voli della morte e la tortura fece sparire tra le 18 e le 30mila persone, applicò la censura anche sulla corrente hippie e rock di quegli anni. Assieme alle canzonette finirono censurati i versi di Gainsbourg, Joan Baez, Yoko Ono, come quelli dei Queen, dei Pink Floyd di Another brick in the wall, o del Cocaine nella versione di Eric Clapton.