Quando è l’arte ad andare in scena

Nato da tre seminari internazionali il volume Architettura e teatro (il Saggiatore, pagg. 204, euro 48) raccoglie le testimonianze di chi quotidianamente è impegnato a organizzare il mondo dello spettacolo a partire dagli edifici teatrali, le loro ristrutturazioni, il recupero stesso di un ente, la creazione di uno nuovo, la struttura per una buona tecnica del suono, il palcoscenico...
Daniele Abbado con la collaborazione preziosa di Antonio Calbi e Silvia Milesi ha dato alle stampe un importante volume che coinvolge i migliori artisti della scena. E in primo luogo, naturalmente, gli architetti con i loro linguaggi espressivi e le diverse necessità tecniche unite alle competenze professionali: da Renzo Piano a Mario Botta, da Vittorio Gregotti allo Studio Albini e poi Ignazio Gardella, Marco Zanuso, Mario Sacripanti, Dominique Perrault, Kennet Frampton, Maurizio Sacripanti, Norman Foster, Frank Gehry, Ara Associati (Studio Aldo Rossi), Francisco Rodriguez, Augusto Cagnardi e molti altri.
Non è un caso che la nostra epoca sia caratterizzata da nuovi edifici per la musica, il teatro, la danza: un modo attraverso il quale la nostra società definisce il proprio valore proiettandosi nel futuro. Sulla base della nota frase di Ingmar Bergman nella sua autobiografia La lanterna magica: «Il nuovo teatro si dimostrò un disgustoso mostro di cemento e di solido disprezzo per l’arte teatrale», oggi i progettisti vogliono capire i loro scopi, i loro valori ed esaltare la loro bellezza. Non solo è cambiata la committenza ma è cambiato anche il tipo di pubblico da popolare a internazionale, sofisticato, più colto. La sua definizione più esatta è «tempio laico per la comunità».
Il volume non trascura la storia del teatro (e la storia dei teatri milanesi), da Pierre Boulez a Santiago Calatrava a Romeo Castellucci fino a registi come Peter Stein, Graham Vick, Giorgio Strehler, Frederic Flamand, Peter Brook, Bob Wilson, Maurizio Scaparro e Andrée Ruth Shammah, “signora” del Teatro Franco Parenti la cui nuova sede porta la firma di Michele De Lucchi con la supervisione di Maurizio Fercioni e la stessa Shammah. Interessante la facciata sul lato di via Vasari con accesso diretto e indipendente dove si trovano gli uffici del teatro e i camerini. La nuova facciata verso la piscina Caimi verrà per forza ridisegnata. All’interno del teatro è stato previsto uno spazio giovani.
A Milano si sa rimangono due “buchi”, come ad esempio il Lirico degli anni Trenta che rischia di essere snaturato o altrimenti lasciato andare in rovina; e il Teatro Smeraldo che certamente è una risorsa ma che non ha ancora affrontato la sfida di nuove tecnologie sia per l’acustica che per gli spazi e l’architettura. Del Rossini, secondo palcoscenico della Scala, e del Gerolamo non se ne sente invece più parlare.
Nel volume Hubert Westkkemper affronta il tema dell’«Autonomia di un oggetto sonoro e lo spazio teatrale», mentre Guido Balò «Progetto per un teatro all’italiana», Fréderic Flamand «Far danzare lo spazio», Toni Servillo «In un teatro sbagliato l’uomo è sproporzionato», Antonio Latella «Il luogo dove la parola è architettura», Walter De Moli «La regia e la direzione», Romeo Castellucci «Il volume del teatro come promessa», mentre Francesco Giambrone si occupa de «Il ruolo della committenza» e Roberto Favaro del «Suono come materia, architettura come paesaggio». Modelli del passato e del futuro con i loro relativi problemi sono affrontati da Iain Mackintosh, mentre Vittorio Gregotti affronta il problema della «Rappresentazione». La conclusione è che le arti sceniche contemporanee sono alla ricerca di nuove soluzioni in nome della contemporaneità. Renzo Piano con sottile ironia afferma: «Nei termini in cui finora il mestiere dell’architetto è stato concepito è in via d’estinzione. Oggi non basta più aggiornare il catalogo dei mezzi espressivi o rinnovare il codice stilistico: è l’architetto che va riprogettato». Ironia della sorte, l’arte rifugge ancora una volta da ipotesi troppo vincolanti per il futuro.