Quando l’arte diventa un «Grande Gioco»

L’uomo è completamente uomo soltanto quando gioca, diceva Schiller. E l’arte, specie dal Futurismo in poi, ha sottolineato la propria capacità di essere ludica, energia pura destabilizzante contro le regole. Ovvero, in una parola, «libertà», come ottimisticamente ipotizzava un altro illuminista, Immanuel Kant, affermando che «l’arte ha in comune col gioco la libertà e il disinteresse». Può essere forse questa la chiave per spiegare il titolo della triplice mostra «Il Grande Gioco», presentata dall’assessorato alla Cultura della Regione Lombardia che, come recita il sottotitolo, ripercorre le «Forme d’arte in Italia tra il 1947 e il 1989»; vale a dire tutto il dopoguerra fino al fatidico crollo del muro di Berlino di cui si sono appena concluse le celebrazioni. Il progetto, a cura di Luigi Cavadini, Bruno Corà e Giacinto di Pietrantonio, è impegnativo per non dire monumentale: fare il punto sulle ricerche dell’arte italiana nel quarantennio della guerra fredda e sulle sue relazioni estetiche con tutti i settori della cultura e dell’economia: dal cinema alla televisione, dall’industria al design, all’editoria, alla fotografia, al teatro al giornalismo. Praticamente l’intero scibile. Per ragioni organizzative e strategiche, la manifestazione che apre a febbraio è suddivisa in tre spazi: il museo d’arte contemporanea di Lissone, che racchiude il primo decennio dal 1947 al 1958, quello del boom economico e che artisticamente ha visto fiorire movimenti come lo Spazialismo, il Movimento di arte concreta, l’arte nucleare; seconda sede, la Rotonda della Besana, che comprende le generazioni tra il 1959 e il 1972, quelle dell’Arte Povera e della fine del neorealismo nel cinema; infine, la Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo che intende analizzare il periodo (1973-1989) di passaggio tra il conncettuale e la transavanguardia, spaziando al design di Mendini, Sottsass e Enzo Mari, ai progetti architettonici di Fuksas e Aldo Rossi al cinema d’autore, da Pasolini a Troisi. «Il Grande Gioco -spiega l’assessore Massimo Zanello- è lo sguardo sulla storia fatta dagli uomini, protagonisti di processi sociali influenzati dall’economia, dall’avvento della comunicazione di massa, dalle grandi chiese ideologiche divise da un muro». Aldilà del tema, che definire trasversale è poco, la mostra rientra pienamente nella politica espositiva orientata al decentramento già foriero di buoni frutti nel progetto «Twister» che ad ottobre ha visto coinvolti 10 musei d’arte contemporanea lombardi. In quel caso, fu meritevole l’idea di affidare a 10 artisti la commissione di un’opera realizzata ad hoc da inserire nelle collezioni permanenti. Stavolta, servirà quantomeno a valorizzare tre realtà espositive poco conosciute al grande pubblico.
Vero è che nell’ultimo mese la formula ludica ha giovato all’arte e alla sua fruizione pubblica in città. Due iniziative pregevoli meritano di essere incentivate in futuro: l’arte classica proiettata sul grattacielo Pirelli, che ha felicemente coniugato contenuti e spettacolarità, ma soprattutto le installazioni luminose del progetto «Led», tema da approfondire in un più ampio contesto di arte pubblica. Opere semplici e non invasive come «Luce Sacra», realizzato dallo Studio Castagna & Ravelli per il Duomo di Milano, sono da considerarsi di altissimo valore artistico e concettuale. Mostrare di sera alla città -per la prima volta- i disegni e i colori dei vetri istoriati della facciata e dell’abside, offre una visione più intensa e al contempo più leggera della nostra cattedrale rendendola anche contemporanea nel sovvertimento spaziale: in genere le vetrate delle chiese sono visibili dall’interno e non dall’esterno. Ecco un «gioco» che lascia il segno.
A Brera, intanto, un altro «gioco» ha trasformato in questi giorni il Salone Napoleonico in un atelier che evoca lo studio di Francesco Hayez. Al centro della sala la tela «Giovanni David come Agobar» raffigurante il cantante lirico protagonista del melodramma di Giovanni Pacini «Gli Arabi nelle Gallie». Attorno al dipinto i cavalletti degli alunni di Anatomia e Pittura dell'Accademia che approfondiscono e studiano dal vero il quadro, mentre in sottofondo il tenore Roberto Costi in abiti di scena dà voce ad Agobar sulle note di Pacini. Giocando, dicono, s’impara.