Quando l’artista va in «panicoscenico»

È il «panicoscenico», che se sgambetta un fenomeno dell’improvvisazione come Fiorello significa che può colpire chiunque, senza preavviso, scartabellando ogni scaletta. Senza arrivare ai casi estremi, la disgraziata conduttrice di un quiz svedese che vomita in diretta per l’emozione e diventa sadico cult di Youtube, o l'allenatore del Genoa Franco Scoglio che, dopo l’inevitabile battibecco da dopopartita muore davanti alle telecamere, l’Imprevisto rimane il compagno occulto e traditore di ogni show. I nervi cedono, il professionista torna pivello alle prime armi, il panico si accomoda sul palcoscenico.
É l’ansia del rigorista davanti al dischetto, il buio dello studente davanti alla domanda più semplice. Ma qui si parla di veterani, macchine da spettacolo. Eppure rimane sempre un varco dentro il quale può insinuarsi il terrore della platea. É Adriano Celentano che nella celebrazione di De Andrè al Carlo Felice di Genova dimentica clamorosamente le parole più note del più noto brano del cantautore, La guerra di Piero. «Chissà come mai, ma se fossi stato nel pubblico mi sarei fischiato anche io», ammise dopo. Il reale sgomento che un attore decano come Giorgio Albertazzi confessa di provare ancora talvolta: «I sintomi sono tutti psicosomatici: smarrimento, sudorazione, perdita della voce. La cosa che più spaventa un artista è la platea».
E succede che il pubblico in sala possa diventare il vero spauracchio anche per un conduttore tv, molto più delle telecamere, come ha raccontato Flavio Insinna: «Il terrore prima di entrare l’ho sempre, fa parte del mestiere, qualche volta ho pensato anche di scappare. Ho spesso il fiatone, il batticuore, mi spaventa un po’ la platea in studio». Poi, dipende da come si amministra il tilt. Qualcuno viene sopraffatto e deve lasciare, come fece Al Bano tradito dall’emozione durante una prima serata di Rai Uno con Baudo e Magalli. Esibizione annullata per panico. Così succede spesso ai cantanti lirici nelle «prime», anche ai più esperti. Capitò a Placido Domingo nell’Otello che inaugurò la stagione 2001/2001 della Scala. Nel secondo atto, toccava a lui, Domingo si ferma, china la testa, secondi di gelo, poi si rivolge alla sala strapiena: «Scusate, non ce la faccio». Non fu la voce, spiegò poi Domingo, ma l’ansia accumulata nella vigilia a fargli fare cilecca.
Però anche lo spettacolo ha una sua difesa spietata contro l’imprevisto, come nella sua regola più elementare: the show must go on. Anche nel momento peggiore. Quando era in tour per il suo «Il ministro della paura» Antonio Albanese seppe del cancro che aveva colpito il padre. Continuò a fare le serate previste dal calendario, facendo la spola tra la sala d’ospedale del padre e la sala del teatro, costretto a camuffare l’angoscia dietro la maschera del comico. Anche a Totò successe di dove gestire l’emergenza sul palco di un teatro, nel 1934. La notizia però era di ben altro genere: la nascita della figlia Liliana. «Interruppe lo spettacolo e disse al pubblico: E’ nata mia figlia, vado e torno - ha raccontato la figlia nella biografia di Totò - . Venne in albergo da mamma. Quando mi vide la prima cosa che disse fu: Madonna quanto è brutta, non è figlia mia. E poi andò via, tornò al suo spettacolo, da gran signore». Oppure è l’imprevisto a diventare spettacolo. Le lacrime dell’ultima «signorina buonasera» della Rai, Alessandra Canale, per il suo ultimo annuncio nel 2003. O l’indimenticabile uscita di studio di Sandra Milo in ansia per il figlio Ciro (Chi? Ciro?? Oddio!!) su Raidue nel ’90. Emozioni che meritano un blob a vita.