Quando l’editore sa far (bene) i conti

Un successo internazionale. Nicola Crocetti
e quella rivista
in cui nessuno
avrebbe creduto

Matteo Sacchi

La poesia sarebbe, per definirla nell’ottica dell’editore attento alle vendite, ai ricavi, niente di più di quel qualcosa di cui una casa editrice per bene non può fare a menomache, in libreria, proprio non «tira». È un preconcetto bottegaio che, purtroppo, ci «azzecca» quasi sempre. Almeno in un caso, però, subisce una grandiosa smentita: quella contabilizzata in maniera inequivocabile dalle tirature delmensile Poesia, gloria della casa editrice Crocetti.

La rivista proprio questo mese compie vent’anni e può guardarsi alle spalle, rimirarsi allo specchio non solo della qualità ma anche dei numeri: tirature che in passato oscillavano tra le 35mila e le 50mila e che si sono attestate negli ultimi anni sulle 20mila. Numeri incredibili che ne fanno il periodico poetico più diffuso d’Italia e d’Europa. E la chiave del suo successo è stata, sin dall’inizio, proprio quella dell’internazionalizzazione, fare della poesia un fatto globale senza confini, fare del testo originale a fronte una vera e propria bandiera. Così nella sua lunga storia di 223 numeri sono transitati per le sue pagine più di duemila poeti, 25mila poesie scritte in trentasei lingue. Abbastanza per far abbonare, sin dal primo numero, le maggiori università americane ed europee per far in modo che nel comitato editoriale, che coordina il lavoro delle tre redazioni (quella principale è milanese le due secondarie si trovano alla Columbia University di New York e a Oxford), ci siano ben cinque premi nobel tra cui JosephBrodsky, Derek Walcott, Seamus Heaney e poeti di fama come Yves Bonnefoy o Tony Harrison.

Ma se questa è la forza culturale di Poesia, quel gene nobile che l’ha proiettata di prepotenza nelle biblioteche dove circola la letteratura «alta», o almeno quella che si crede tale, la scommessa più bella del suo direttore-editore Nicola Crocetti è stata un’altra di cui a volte ci si dimentica, soprattutto nell’ambito della critica, da sempre «ombelicocentrica ». Crocetti dal 1988 ha distribuito la rivista anche nelle edicole, e sono ben 38mila che punteggiano la nostra penisola, scommettendo sul fatto che parte di quei due o tre milioni di italiani che scrivono versi prima o poi qualche copia se la sarebbero comprata. Nessun patron letterario anche dotato di mezzi editoriali ben più imponenti aveva mai tentato un azzardo simile, costoso e imprevedibile. Il tutto senza mai ricevere aiuti statali e con pochissima pubblicità. Abbastanza per far parlare a vent’anni di distanza di «pionierismo culturale»: modo da terza pagina di dire: «Crocetti o è un matto fortunato o ha l’intuito del genio editoriale».

A prescindere da quale parte del binomio definitorio sia quella esatta (il trascorrere del tempo farebbe optare per la seconda) non stupisce che, con una storia così, un bel pezzo di mondo letterario, tra cui lo stesso Nobel per la letteratura Seamus Heaney, siano venuti ieri sera alla sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano per festeggiare la rivista e il suo numero speciale di gennaio, dedicato ai vent’anni. Con buona pace di chi pensa che il verso sia sempre in perdita.