Quando l’intervento armato è un dovere

Sono passati ormai molti anni da quando François Mitterrand e altri teorizzarono la cosiddetta «ingerenza umanitaria», cioè la possibilità per i grandi Stati, sotto l’egida delle Nazioni unite, di intervenire con la forza negli affari interni di altri Stati allo scopo di porre fine a gravi violazioni dei diritti umani. L’applicazione della teoria - che equipara queste violazioni alle «minacce alla pace e alla sicurezza internazionali» richieste dalla Carta dell’Onu per autorizzare un intervento armato - portò successivamente alle «ingerenze» in Irak (1991), in Somalia (1992) in Bosnia (1993) e ad Haiti (1994), tutte autorizzate da un Consiglio di Sicurezza temporaneamente «scongelato» dalla fine della guerra fredda. Successivamente, una sua interpretazione estensiva produsse anche l’attacco della Nato alla Jugoslavia per porre fine alla persecuzione della popolazione albanese del Kosovo e l’invasione dell’Irak da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna, che le Nazioni Unite non autorizzarono, ma avallarono - un po’ obtorto collo - in un secondo tempo.
Sebbene la Carta dell’Onu non abbia subito modifiche, oggi la tesi che la comunità internazionale ha non solo il potere, ma in teoria anche il dovere di mettere fine alle più gravi violazioni dei diritti umani è generalmente accettata.
Essa è, per esempio, alla base del tentativo di inviare, anche contro il parere del governo sudanese, un contingente di Caschi blu per mettere fine alla tragedia del Darfur, con i suoi 200.000 morti e due milioni di profughi. Ma, forse per il gran numero di Paesi in cui le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno, l’importanza geopolitica di alcuni di essi (si pensi a Cina e Iran), nuovi contrasti nel Consiglio di Sicurezza, l’onerosità degli impegni già assunti e alcuni precedenti piuttosto infelici, oggi si registra una evidente riluttanza a far seguire le parole dai fatti anche quando l’ingerenza umanitaria sarebbe d’obbligo. Il caso più clamoroso è quello dello Zimbabwe, l’ex granaio dell’Africa ridotto alla miseria e alla disperazione dalla follia dell’ultimo dittatore marxista del continente, l’ottantatreenne Robert Mugabe. L’ultimo a chiedere un intervento armato per abbattere il suo regime è stato nientemeno che l’arcivescovo cattolico di Bulawayo Pius Ncube: «So che dovremmo farlo noi» - ha detto «ma la gente ha troppa paura e non ne abbiamo più la forza».
La situazione giustificherebbe ampiamente una invasione. Da Paese modello dell’Africa postcoloniale, in cui una consistente comunità bianca contribuiva allo sviluppo, nel giro di dieci anni lo Zimbabwe si è trasformato in un inferno. Tre milioni di cittadini su 13 sono fuggiti all’estero, l’80 per cento di quelli che sono rimasti è disoccupata, cinque milioni dipendono per la loro sopravvivenza dalla carità internazionale, la durata media della vita è scesa a 36 anni, i coloni bianchi che garantivano la produzione agricola sono stati espropriati e cacciati. Scuole e ospedali hanno praticamente cessato di funzionare. L’inflazione ha toccato il record mondiale del 10.000%, azzerando i risparmi e rendendo pressoché impossibile ogni attività economica. Gli abusi commessi dal regime non solo contro gli avversari politici, ma tutta la popolazione attiva sono la regola. Le vittime delle squadracce di Mugabe, che per legittimare il suo potere continua a organizzare elezioni di tipo sovietico, si contano ormai a migliaia, ma le severe restrizioni imposte alla stampa internazionale rendono difficile perfino documentare l’ampiezza della tragedia.
Un intervento armato sarebbe sicuramente salutato con gioia dalla popolazione e non costerebbe un grande sforzo. Al vicino Sudafrica potrebbe forse bastare di sigillare le frontiere per mettere Mugabe con le spalle al muro e l’Unione Africana, nel suo nuovo statuto, prevede addirittura la possibilità di ingerenza armata. Ma nessuno se la sente di schierarsi apertamente contro un combattente delle guerre di liberazione. Quanto al resto della comunità internazionale, si è limitata a imporre un abbastanza blando pacchetto di sanzioni e a emettere comunicati di condanna. C’è già troppa carne al fuoco per occuparsi seriamente anche del lontano Zimbabwe. Ma intanto il Paese finisce di precipitare nel caos e la gente a morire. Un giorno, ce ne dovremo vergognare, come per la strage di Sebrenica o il genocidio del Ruanda.