Quando l’Italia patriottica cantava «La bella Gigogin»

Caro Granzotto, dopo aver passato il week end a pensare a Tonino di Pietro e a quel fine intelletto di Flores d’Arcais, possiamo occuparci di cose serie? La Madelon per l’appunto. Quest’ostessa dal cuore grande così. Lei scrive che il canto divenne popolare presso le armate napoleoniche e che molti di noi ancora lo canticchiano. Ebbene io, che mi credevo un competente in materia, ammetto di non saperne nulla.


Fanchon, caro Parodi. Scrissi Madelon? Sbagliato. Entrambe canzoni «storiche», ma è la prima che cantarono i francesi dopo la vittoria di Marengo. Ancora popolari, ancora interpretate anche se non quanto la notissima «Plaisir d’amour» che Maria Antonietta intonava nella sua cella alla Bastiglia. «Plaisir d’amour ne dure qu’un instant,/ chagrin d’amour dure toute la vie», fa il ritornello: il piacere d’amore dura un istante, il dispiacere d’amore per sempre. Certo Maria Antonietta non si tirava su, ma possiamo capirla, nelle mani di un sanguinario del calibro di Robespierre. Comunque, la più illustre delle canzoni «storiche» tuttora eseguita da decine di artisti è «Greensleves» che la tradizione vuole fosse composta - nella seconda metà del Cinquecento - da Enrico VIII d’Inghilterra per Anna Bolena. È più probabile, però, che la sopranominata «Manicheverdi», fosse una delle tante donne che al Re o non al Re dissero di no, opponendo scortese rifiuto («cast me off discourteously», nel testo). Divenne - ed è tuttora - tanto famosa da entrare nelle «Allegre comari di Windsor», di mastro William Shakespeare.
Anche noi abbiamo le nostre canzoni «storiche» a tutt’oggi in voga. «La bella Gigogin» ad esempio, eseguita per la prima volta il 31 dicembre del 1858 al Teatro Carcano di Milano mandando in visibilio il patriottico pubblico, sopra tutto per quel «daghela avanti un passo» (essendo Gigogin l’Italia, veniva sollecitata a fare un altro passo per liberarsi dallo straniero). Si racconta che l’anno successivo, alla battaglia di Magenta gli zuavi del Mac Mahon sferrarono l’attacco definitivo agli austriaci del Feld maresciallo Ferencz Giulaj al grido di «Daghela avanti un passo», espressione appresa dal canto dei bersaglieri piemontesi (Gigogin è il diminutivo piemontese di Teresina) del generale Manfredo Fanti. Altrettanto familiare è «La biondina in gondoleta», scritta nel 1788 da Anton Maria Lamberti in onore, se così possiamo dire, della nobildonna veneziana Marina Querini Benzon, nota per la sua esuberanza e la sua coscia lesta. È lei la biondina che s’addormenta in gondola lasciando che Lamberti dapprima contemplasse «fisso fisso /le fatezze del mio ben», quindi passando ai fatti facendola «da insolente», cosa della quale «no m’ho avuto da pentir. /Perché, oh Dio, che bele cosse /che g’ho dito, e che g’ho fato! /No, mai più tanto beato /ai mii zorni no son stà». Giunte che furono le bande napoleoniche a Venezia, donna Marina si fece subito, e ti pareva, giacobina. Una sera, a un ballo in onore degli occupanti francesi, ruzzolò in terra, finendo a gambe levate dando mostra, non indossando biancheria intima, delle sue così dette parti vergognose. «Ben meritasti della patria con l’offrire alle tue pari, finora avvilite da ridicoli riguardi, un esempio di valor maschile», la onorò, l’indomani, il «Monitore». Aggiungendo: «Possa essere imitato e Venezia non invidierà Camilla» (la protomartire per la libertà dell’italica stirpe). Così i giacobini intendevano le battaglie civili al femminile: tutte a gamb’all’aria (senza coulottes).