Quando Lévi-Strauss denunciava i pericoli dell’islam integralista

Ruggero Guarini

Si può dire che Maometto era un «vilain»? Ovvio che non si può. Dicendolo riveleremmo di essere dei «fallaciani». Parola di Ugo Fabietti, docente alla Bicocca di antropologia culturale, secondo il quale (lo deduco da un suo testo fresco di giornata) soltanto una sciagurata come la Fallaci potrebbe dire una simile bestialità. Si dà però il caso che non l’abbia detta lei ma il più grande antropologo del Novecento, il leggendario Claude Lévi-Strauss. Che la scodellò in Tristi tropici, il capolavoro che esattamente cinquant’anni fa aggiunse alla sua fama di studioso quella di grande scrittore.
Ecco quel passo: «Oggi io contemplo l’India attraverso l’Islam; quella di Buddha, prima di Maometto, il quale (...) si erge fra la nostra riflessione e le dottrine che gli sono più vicine come un vilain che impedisce un girotondo in cui le mani, predestinate ad allacciarsi, dell’Oriente e dell’Occidente, siano state da lui disgiunte. Quale errore stavo per commettere sulla traccia di quei Musulmani che si proclamano cristiani e occidentali e pongono nel loro Oriente la frontiera fra i due mondi! I due mondi sono fra loro più vicini di quanto l’uno e l’altro non lo siano al loro anacronismo (ossia all’Islam, ndr) (...) L’evoluzione razionale è inversa a quella della storia. L’Islam ha tagliato in due un mondo più civile (...) Che l’Occidente risalga alle fonti del suo laceramento: interponendosi fra il Buddhismo e il Cristianesimo, l’Islam ci ha islamizzati (...) L’Occidente si lasciò trascinare dalle crociate ad opporglisi, e quindi ad assomigliargli, piuttosto che prestarsi a quella lenta osmosi col Buddhismo che ci avrebbe cristianizzati di più, e in un senso tanto più cristiano in quanto saremmo risaliti al di là dello stesso Cristianesimo...».
Il nòcciolo di queste righe complesse e profonde è di una potente semplicità: esso dice infatti che l’Islam si configura come una potenza non meno violenta che anacronistica giacché per affermarsi ha dovuto frapporsi come un ostacolo insormontabile a quell’incontro fra l’Occidente e l’Oriente che sembrerebbe inscritto nella manifesta affinità delle loro due principali culture e religioni: la giudaico-cristiana e la buddhista.
Conviene comunque ricordare che nel pensiero di Lévi-Strauss, proprio negli anni in cui scrisse Tristi tropici, si verificò un clamoroso capovolgimento, e questo mutamento – che riguardava il modo stesso di concepire i rapporti tra la civiltà occidentale e le altre culture – trovò l’espressione più nitida nella seguente dichiarazione: «Ho incominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica».
Resta solo da precisare quale sia il termine italiano che più si avvicina al senso che vilain assume nel passo citato. Al traduttore italiano sembrò che fosse «villano». Ma i dizionari dispiegano una gamma di significati che va da «brutto» a «cattivo», da «plebeo» a «cafone» e da «contadino» a «guastafeste». Quale di questi termini sembrerà ai nostri antropologi meno fallaciano?
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