Quando la Lega di governo toccava (eccome) le pensioni

«Le pensioni non si toccano». Due giorni fa la segreteria della Lega, portavoce il ministro Roberto Calderoli, ispiratore Umberto Bossi in persona, ha utilizzato gli stessi toni che quattro anni fa Rifondazione e Comunisti italiani rivolgevano a Prodi e Padoa-Schioppa. Analogia giustificabile ma non comprensibile se il Carroccio fosse una formazione di sinistra radicale. Ma non è così. Anzi la Lega Nord è un partito riformista che in passato ha messo il proprio nome e la propria faccia su importanti leggi di riforma, inclusa quella della previdenza del 2005 con lo «scalone» che se non fosse stato abolito dal centrosinistra avrebbe aumentato l’età pensionabile a 60 anni già dal 2008. Quella norma prende il nome di «legge Maroni» proprio dall’attuale titolare degli Interni che la accompagnò in tutto il suo iter. Oggi, invece, il ministro manda avanti il sindaco di Varese Fontana a dire che «le pensioni non si toccano».
Sembra passato un secolo quando dal dicastero del Welfare Bobo annunciava che «la riforma delle pensioni la faremo nel 2003 anche se non fosse necessaria» ribattendo al consigliere di Tremonti, Giuseppe Vitaletti, che riteneva prorogabile quell’intervento. Maroni fece anche di più. Dinanzi alle titubanze degli alleati «assistenzialisti», Alleanza Nazionale e Udc, non perdeva giorno per lanciare il proprio grido di battaglia: «Riforme subito!». Anzi, in quei due anni di trattative difficili, strappi e ricuciture, fu il ministro varesino a «fiancheggiare» le proposte di Giulio Tremonti che a quei tempi le pensioni di anzianità le avrebbe praticamente abolite giacché proponeva di aumentare a 40 anni l’età contributiva minima per ritirarsi dal lavoro.
Un tandem che viaggiava in perfetta sintonia (oggi non è più così) ancora nel 2007 quando, dinanzi alla controriforma dell’Unione, Giulio e Bobo scrissero una lettera a quattro mani al Corriere rivendicando di aver portato avanti «riforme significative». Ecco, quindi, che non può non sorprendere l’aver cambiato posizione, l’esser stati folgorati sulla via di Damasco abbandonandosi a quel conservativismo che tanto ha nuociuto al sistema Italia. Quel voler lasciare tutto così com’è perché «le pensioni non si toccano».
E il Senatùr? Va detto che anche nel secondo governo Berlusconi il leader unico della Lega giocava su due tavoli. Dinanzi al popolo padano faceva la voce grossa in materia previdenziale perché al Nord si concentra oltre il 60% delle pensioni di anzianità italiane e i pensionati votano. Ma nei summit col Cavaliere la musica cambiava. Tant’è che dopo mille titubanze e svariate minacce di abbandonare la coalizione di governo (la stessa solfa che si ripete oggigiorno), Bossi rivelò al premier che «prima o poi un segnale al mercato dovremo darlo». Il suo pallino erano le false pensioni di invalidità, ma progressivamente si mostrò disponibile anche ad altri interventi in materia. Infatti cautamente segnalò che «la via degli incentivi può servire a far quadrare i conti e a vedere se il sistema sta in equilibrio». Insomma, al Senatùr non dispiaceva che la gente restasse più a lungo al proprio posto di lavoro. Con un bonus, certo, ma più a lungo. Era il luglio del 2003, ma sembra passato un secolo. Oggi Umberto Bossi non fa che ripetere a Berlusconi che «le pensioni non si toccano».
È proprio difficile rimettere al proprio posto i tasselli di questo mosaico di storia del centrodestra. Fino a pochi anni fa il Carroccio era il propulsore del riformismo berlusconiano tenendo duro su federalismo, pensioni e lavoro. La legge Biagi che ha liberato il mercato porta la firma di Roberto Maroni. E quando i Fini e i Casini di turno rallentavano i processioni decisionali del governo del Cav era proprio la Lega a mettersi attorno a un tavolo per cercare la quadra. «Prendo atto con piacere della disponibilità degli alleati a procedere alla riforma delle pensioni attraverso la legge delega in materia già approvata dalle parti sociali». Chi lo disse? Roberto Calderoli che in quegli anni rappresentava l’animatore del leghismo filogovernativo. Oggi pensare al ministro della Semplificazione vuol dire ricordare che «i Comuni non dovranno più avere motivi di malcontento perché il governo sta studiando una patrimoniale sui generis». È ancora presto per stabilire se si tratti di una mutazione genetica o di tattiche dei «colonnelli» che aspirano a sostituire il Senatùr. Di certo c’è che la Lega non è più quella di una volta.