quando la Liguria si tinge di NOIR

Renzo Novatore, poeta anarchico di Arcola fu l’ideologo della banda di Novi e venne ucciso in una sparatoria a Teglia. La Riviera insanguinata dall’amico di Girardengo

Sante Pollastri, il bandito gentiluomo, la leggenda. La «Jena di Novi» destinato ad aver un posto di rilievo nella poesia. Nella poesia di Francesco De Gregori, che ha cantato l’amicizia di Pollastri con Costante Girardengo, il grande ciclista che da bambino pedalava con il futuro fuorilegge. Ma la poesia ha giocato un ruolo determinante nella vita, anche nella vita malavitosa di Pollastri, anche attraverso un altro legame forte, quello con il poeta ligure Renzo Novatore. Un’amicizia meno nota, così come in parte le sanguinarie gesta del bandito in terra ligure.
Sante Decimo Pollastri nacue a Novi Ligure nel 1899. Trascorse infanzia ed adolescenza in un ambiente socio economico degradato, a tredici anni subì la prima condanna per furtarelli e microviolenze contro coetanei. Il contesto emarginante ove si formò lo indurì, sopraffazione e delitto diventarono le linee guida del suo stile di vita. Destino e contingenze quotidiane lo spinsero «al bando», a respingere regola e normalità. La sua maturata scelta criminale è comunque anche il risultato di uno spirito ribelle e caratterialmente disposto a sregolatezza e devianza. Il suo povero sviluppo culturale incontrerà presto anche il violento fascino anarcoide e il contagio di quegli insegnamenti lo devierà verso una sua personalissima interpretazione dell’esistenza: postosi «al bando», Pollastri diventerà bandito. Un bandito classificabile tra quelli «per vocazione»: vocazione alla guerra globale contro un sistema dove istituzione, fascisti, carabinieri, reali, benestanti e banche diventano nemici naturali di un soggetto che, tuttavia, si ribellerà sulla spinta di un reale tornaconto personale rafforzato da protagonismo e narcisismo. Donne, lusso ed auto supereranno ben presto la sua originaria pretesa di «livellatore di ingiustizie» e il frequente uso di elargizioni di bottino alla clandestinità anarchica altro non diverrà che un sistema di stimolazione alla benevolenza che si produce nell’immaginario collettivo: da qui la leggenda del «bandito gentiluomo» in linea con l’antica tradizione dei briganti meridionali e del Passator cortese.
I giochi della vita lo mettono presto in contatto con Renzo Novatore, poeta anarchico di Fresonara, frazione di Arcola, nello Spezzino. Novatore era in fuga da quei poeti causa i suoi deliranti eccessi libertari, isolato dai compaesani, braccato da guardie e fascisti: aveva anche scritto poesie e proclami che clandestinamente erano conosciuti e letti anche a Novi ed erano stati letti anche da Pollastri che ne rimase affascinato. Sta di fatto che il Novatore, in fuga tra Appennino e basso Piemonte, viene messo in contatto (primi mesi del 1922) con il Pollastri ed il sodalizio tra i due è immediato: una migliore lettura degli avvenimenti ci porta alla conclusione che il poeta-ideologo era debole e solo. Aveva necessità di trovare protezione in un soggetto forte quale il Pollastri. Un uomo forte attraverso l’attività pratica del quale potere anche concretizzare la sua guerra totale: l’altro, di contro, sentiva l’inconscia necessità della presenza ideologica del teorico la cui autorevole compagnia era avvertita come attiva giustificazione alle sue disgraziate scelte.
Per onor del vero una «banda novese» preesisteva all’adesione di Pollastri: ma la sua astuzia, determinazione, la sua violenza criminale si impongono da subito ed egli ne diviene il capo. L’avventura sanguinaria dura dal 1920 al 1927: la banda imperversa per Piemonte, Liguria, Lombardia, Francia e Belgio. La «Jena di Novi» uccide per la prima volta a Tortona, nel 1920. La vittima è un «cacciere» del posto e l’impresa costa al nostro la prima condanna in contumacia a trent’anni di reclusione. Pollastri era un giovanotto di un metro e settanta, sottile, bruno (detto «il moro»), un po’ strabico: nulla di interessante per il Lombroso. La banda non assume mai le connotazioni di una seria organizzazione criminale (mezzi, strumentazioni, strategie particolari ed organizzazione interna): si regge esclusivamente sulle capacità individuali dei soggetti (legati da forti vincoli), agili e movimentatissimi. Tutti avevano in comune l’indurimento e l’aggressività tipici di chi attua scelte ribelli dettate dalla profonda emarginazione del dove sia cresciuto. La banda poteva contare su decine di gregari e complici anche all’estero; usa sempre armi da fuoco (con prevalenza di pistole a tamburo e rivoltelle, qualche bomba «sipe»).
Il 14 luglio 1922 il gruppo di Pollastri rapina il cassiere della Banca Agricola di Tortona: i banditi lo accostano in bicicletta, egli cerca di difendere la sua borsa, lo ammazzano a bruciapelo. Le indagini ci dicono che a quel fatto partecipa sicuramente anche il nuovo «affiliato», Novatore. Tutti i criminali vengono identificati.
Nel novembre 1922 Pollastri ed il Novatore vengono segnalati sul territorio di Rivarolo Ligure (provincia di Genova): il maresciallo dei carabinieri Lupano li attende con i suoi uomini all’osteria della Salute, a Teglia. Segue un conflitto a fuoco: il Novatore cade fulminato, così come il Lupano. Pollastri guadagnerà la fuga nascondendosi nei boschi circostanti e riuscirà poi a far perdere le sue tracce. Indubbiamente la morte del maestro di anarchia lo turba profondamente e spesso, lungo la sua vita, lo menzionerà.
Dal 1923 al 1925 la banda opera tra Francia, Belgio e Germania commettendo ogni sorta di delitto tra cui (in Francia) una rapina da settecentomila franchi. Il narrato incontro tra Pollastri e Girardengo avverrà proprio nel 1925 in Francia (Velodromo Buffalo di Parigi). Il bandito era già stato battezzato «Bonnot italiano». Nei primi mesi del 1926 la banda, tornata in Italia agisce ripetutamente in Milano. In una successiva trasferta a Lomellina ammazzerà due carabinieri che, nottetempo, cercavano di identificare alcuni dei malfattori.
Segue l’attacco alla banca di Mede. Viene ingiustamente sospettato di complicità anche il cassiere dell’istituto (Domenico Anarratone). Nel processo tenutosi a Milano verrà finalmente assolto per la brillante arringa tenuta dall’avvocato Farinacci (il futuro leader di Cremona della Rsi). Seguono altri fatti di sangue nel milanese. Nel dicembre 1925 per i banditi incomincia la resa dei conti. Segnalati e braccati, cercano di riguadagnare la via verso la Francia trasferendosi verso la zona di confine ventimigliese. Proprio nella stazione ferroviaria di Ventimiglia il carabiniere Tommaso Brondolo intima l’alt al bandito Massari (stava nascondendosi tra i respingenti di due vagoni in attesa della partenza del convoglio per la Francia): il criminale tenta la fuga ma, inseguito, fredda il Brondolo con tre colpi di pistola. Nello stesso periodo, sempre di notte, Pollastri ed altri si imbattono in una pattuglia di carabinieri (vice brigadiere Somaschini e carabiniere Gerbi) nei campi lungo la provinciale per Dolceacqua: i militi cadono uccisi. In memoria di quel fatto, l’allora comandante del reparto, il carabiniere maresciallo capo Luigi Ronteuroli - padre di chi scrive - fa erigere un cippo. Ad oggi, quel monumento è rimasto abbandonato e dispiace la dimenticanza dell’Arma che spesso sembra anch’essa cadere nell’oblio della sua memoria storica. Quel maresciallo capo era anche l’uomo di fiducia dell’allora nemico numero uno della banda Pollastri: il questore Giovanni Rizzo. Partecipa attivamente (con la polizia francese) alla finale cattura del superbandito (ore 15.30 del 10 agosto 1927 - stazione metrò di Parigi). Il Pollastri, infatti, era riuscito a rientrare in Francia (lì era atteso anche per organizzare un attentato a Mussolini): ma l’emulo di Bonnot, il precursore di Cavallero, scivola sulla sua passione per Mariette e la fanciulla lo «vende».
Dal novembre 1929 incomincia la lunga catena di processi italiani al Pollastri ed al resto della sua banda: tutti ergastoli. Seguono tentativi di evasione da San Vittore, una trentennale detenzione a Santo Stefano (accompagnata da una rivolta - ancora capeggiata dal nostro). Infine la grazia, concessa nel settembre 1950. Il bandito, ritornato a Novi, viene ospitato dalla sorella, campa il resto della vita con il provento del piccolo commercio ambulante. Morirà ad ottanta anni (il 30 aprile 1970) presso l’ospedale locale a seguito di emorragia cerebrale.
Senza dubbio l’avventura criminale della «Jena di Novi» si sarebbe conclusa molto prima se fosse esistita una migliore organizzazione, una maggiore sinergia tra le forze dell’ordine. Tale non poteva ancora esistere nel nuovo sistema (il fascismo) che, per certi versi ivi compresi l’attività giudiziaria, stava ancora definendo la sua organizzazione, anche in sede di effettiva buona collaborazione tra carabinieri, milizia ed organi istituzionali.
*Presidente del Centro
Ricerca criminalistica