Quando Malinconico fece perdere alla Rai 15,8 milioni di euro

Da consulente diede parere positivo per la nomina di Meocci a direttore. Ma c’era incompatibilità di legge e l’Agcom sanzionò la tv pubblica

Carlo Malinconico, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio in ottimi rapporti con la «cricca» romana degli appalti, non s’è goduto soltanto le vacanze di lusso pagate a sua insaputa da Francesco De Vito Piscicelli, l’imprenditore famoso per l’intercettazione telefonica in cui rideva del terremoto all’Aquila.
Si è anche distinto per un parere legale sballato che ha provocato un danno da ben 14,4 milioni di euro, poi lievitati a 15,8, alla Rai (cioè allo Stato, visto che si tratta di una società per azioni che per il 99,56 per cento fa capo al ministero dell’Economia e delle Finanze).
Una referenza che fa a pugni col rigore nella gestione dei conti pubblici tanto caro al premier Mario Monti, che ha scelto il tecnico quale proprio braccio destro.
Ma v’è di peggio. Interrogato il 21 dicembre 2006 in Procura a Roma dal pm Adelchi d’Ippolito circa quell’avventato parere, Malinconico fece mettere a verbale la seguente dichiarazione: «Non ho mai ricevuto alcun incarico formale dalla Rai. Per quel lavoro non ho ricevuto alcun compenso». La Corte dei conti, con sentenza depositata il 23 febbraio 2011, lo ha smentito: «All’avvocato Malinconico», si legge, «è stata liquidata una parcella di euro 18.360,00». I casi sono due: o la Corte dei conti ha torto o Malinconico dichiarò il falso al magistrato.
La vicenda che vede il sottosegretario di Monti nelle vesti di protagonista negativo è quella, tormentata, che nell’agosto 2005 portò alla nomina di Alfredo Meocci a direttore generale della Rai e alle sue dimissioni per incompatibilità nel giugno dell’anno seguente. E prende le mosse proprio dall’incompatibilità di Meocci a ricoprire quel ruolo.
Prima di procedere all’elezione del direttore generale designato dal ministro delle Finanze dell’epoca (Domenico Siniscalco), i consiglieri d’amministrazione della Rai (Giuseppina Bianchi Clerici, Gennaro Malgieri, Angelo Petroni, Marco Staderini e Giuliano Urbani) pretesero garanzie giuridiche sulla decisione che si accingevano a prendere. Fino a quel momento, infatti, Meocci era stato consigliere dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e, secondo la legge, cessato quest’incarico avrebbe dovuto, nei quattro anni successivi, astenersi dall’instaurare rapporti di lavoro o di consulenza con aziende del ramo comunicazione sottoposte al controllo dell’Agcom, come appunto la Rai.
Sennonché il giornalista Meocci era già dipendente della Rai, in qualità di caposervizio del Tg1, prima di andare all’Agcom. Inoltre - dettaglio tutt’altro che trascurabile - vi era un parere dell’ufficio legale della stessa Agcom secondo cui egli poteva rientrare in Rai senza alcun limite di ruolo (dal che si deduce che l’Agcom, in seguito, smentì se stessa pur di mandare a casa il direttore generale in quota al centrodestra e, quel che è peggio, lo fece pochi giorni dopo che Romano Prodi aveva vinto le elezioni).
Quindi, per il ministero delle Finanze, i vertici di viale Mazzini e perfino l’Agcom non si trattava d’instaurare un rapporto di lavoro bensì semplicemente di riammettere Meocci nei ranghi aziendali al termine dell’aspettativa. Restava un unico busillis da chiarire: la nomina a direttore generale poteva essere parificata a un normale rientro in servizio, sia pure in posizione apicale, oppure costituiva una novazione del rapporto di lavoro già intrattenuto con la Rai, cioè un nuovo contratto paragonabile a un’assunzione in Mediaset o al Corriere della Sera?
Di qui la necessità, per la Rai, di coprirsi le spalle. Nonostante potesse contare su un ufficio interno con 20 legali, diretto dall’avvocato Rubens Esposito, l’ente radiotelevisivo di Stato preferì consultare alcuni luminari del diritto. Fra questi, Malinconico. Il quale lasciò intendere al pubblico ministero che lo interrogava d’aver sì agito alla carlona («Mi fu richiesto di eseguire il lavoro in poche ore e quindi non ho potuto elaborare il lavoro approfondito e meditato per come è mio costume»), ma d’averlo fatto gratis, quasi per gentilezza nei riguardi «dell’avvocato Esposito, al quale mi legava un rapporto di conoscenza per averlo incontrato tempo prima in un convegno».
Assai diverso fu l’atteggiamento degli altri tre esperti interpellati dalla Rai. Il professor Alessandro Pace, insigne costituzionalista, e l’avvocato Vittorio Ripa di Meana si guardarono bene dal dare via libera alla nomina e, anzi, prospettarono un’ipotesi di abuso in atti d’ufficio per quei consiglieri che avessero votato Meocci. Lo studio legale Luciani si limitò a osservare che il caposervizio del Tg1 aveva soltanto diritto a riprendere il suo ruolo di giornalista in Rai una volta scaduto il mandato presso l’Agcom.
L’unico che non ebbe alcun dubbio fu Malinconico, secondo il quale, come riporta la sentenza 326/2011 della Corte dei conti, «cessata la causa d’incompatibilità, il rapporto di lavoro si riespande e, in tale contesto, non vi sarebbero motivi ostativi acché il soggetto interessato, reinserito in azienda, possa essere chiamato a svolgere qualsiasi incarico o funzione, ivi compreso quello di direttore generale».
La Rai considerò dirimente il parere positivo del professor Malinconico, ordinario di diritto dell’Unione europea presso l’Università di Roma Tor Vergata.
Non solo perché egli era stato avvocato dello Stato dal 1976 al 1985 e consigliere di Stato dal 1985 al 2002, ma anche per i numerosi altri incarichi pubblici ricoperti fino a quel momento: capo dell’ufficio legislativo del ministero delle Partecipazioni statali e del ministero del Tesoro, consigliere giuridico dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, capo del dipartimento degli affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio dal 1996 al 2001, direttore generale dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (in seguito sarebbe diventato segretario generale della presidenza del Consiglio con Romano Prodi e poi presidente della Federazione italiana editori giornali).
Solo nel dicembre 2006, sette mesi dopo essere diventato il capo dello staff del premier Prodi, Malinconico ammise davanti al magistrato, con perifrasi acrobatiche, d’aver preso una colossale cantonata: «Stilai il parere in poche ore senza la possibilità di operare un’attenta riflessione. Sull’assenza di motivi di incompatibilità circa la possibilità di svolgere le funzioni di direttore generale da parte di Meocci a cui risposi anche positivamente dedicai però per la ristrettezza di tempo cui prima ho fatto cenno un minore approfondimento e perciò giunsi a quelle conclusioni così nette che probabilmente se avessi avuto la possibilità di riflettere e studiare meglio il punto avrei rappresentato almeno in maniera più problematica».
Per questo parere frettoloso e sbagliato, Malinconico emise una parcella da 18.360 euro. In seguito alle vicende giudiziarie che ne scaturirono, pare che la somma sia stata restituita.
Restano le macerie: una sanzione da 14,4 milioni di euro inflitta alla Rai dall’Agcom per aver violato la legge 481/95 nominando Meocci benché incompatibile, saliti a 15,8 milioni per ritardato pagamento, e 11 milioni che i consiglieri Bianchi Clerici, Malgieri, Petroni, Staderini, Urbani e l’ex ministro Siniscalco sono stati chiamati a risarcire alla Rai, in parti uguali fra loro, dalla Corte dei conti.