Quando Mancino usava lo «scudo» dell’immunità

da Roma

«Comunico che il senatore Mancino mi ha informato del suo desiderio di allontanarsi dall’aula al momento della votazione e desidero esprimergli il mio personale apprezzamento per questo gesto da galantuomo».
Era il 17 dicembre del 1994 e l’allora senatore Nicola Mancino «da galantuomo» aveva lasciato l’aula del Senato perché l’aula doveva votare sull’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per il reato di favoreggiamento. L’inchiesta era quella sui fondi neri del Sisde, i fatti oggetto d’indagine si riferivano all’epoca in cui Mancino era stato ministro dell’Interno (1992-93). I colleghi concordarono sul fatto che l’ex ministro democristiano avesse agito per «il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio delle funzioni del governo». Duecentottantaquattro voti a favore, soltanto dieci i contrari. L’autorizzazione a procedere fu negata.
Ora Mancino è vicepresidente del Csm e, commentando l’emendamento sulla giustizia all’esame del Senato che prevede la sospensione per un anno dei processi per reati minori precedenti il 30 giugno del 2002, ha chiarito che non si può chiedere ai magistrati di interrompere i procedimenti, appellandosi all’«obbligatorietà dell’azione penale». Ma nei suoi confronti l’azione penale si fermò, perché appunto i senatori colleghi non la concessero. In giorni di discussione, oltre che sull’emendamento blocca-processi anche su una nuova ipotesi di immunità per le alte cariche dello Stato, vale la pena di ricordare un caso in cui l’immunità fece da scudo perché le indagini non fossero portate avanti.
Va detto che la Procura di Roma, che inizialmente aveva indagato Mancino per i reati di peculato e di favoreggiamento, decise in due tempi di proporre l’archiviazione della sua posizione. La pratica passò al Tribunale dei Ministri, che però non concordò con questa scelta. Il collegio per i reati ministeriali scrisse al Parlamento che «gli elementi probatori» emersi dall’indagine non erano «tali da escludere l’attendibilità delle accuse rivolte al senatore Mancino».
Non è tanto il merito che interessa, quanto invece la cronaca dello stop al procedimento da parte del Senato attraverso la non-autorizzazione a procedere. Provvedimento legittimo, ma esempio di come molti politici, e anche Mancino, per quanto non colpevoli fino a prova contraria, non abbiano comunque affrontato un processo grazie al velo dell’immunità.