Quando la manovra era «miracolosa»

In meno di un mese l’entusiasmo per la Finanziaria si è esaurito. Tutti negavano la batosta fiscale, ora vogliono correre ai ripari

Gian Maria De Francesco

da Roma

«Dopo anni di difficoltà sarà il ceto medio a guadagnare con questa Finanziaria». Milano, primo ottobre 2006. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha presentato con queste parole a Milano la legge di bilancio 2007. Ovviamente tacendo che tra tasse e sovrattasse anche coloro che hanno un reddito lordo annuo di 37mila euro si troveranno a pagare più imposte. Ancora più entusiasta in quella domenica è il vicepremier Francesco Rutelli. «La tassa di successione in Finanziaria era anacronistica. Abbiamo battuto un record mondiale: abbiamo tolto un tema molto costoso portato in campagna elettorale», ha proclamato da Montesilvano ignaro dell’imposta di registro su successioni e donazioni.
Per la serie «Le ultime parole famose», sempre domenica primo ottobre a Milano, il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha sostenuto: «Siamo tranquilli sul giudizio delle agenzie di rating». I declassamenti di Fitch e Standard & Poor’s ancora non erano percettibili. Il giorno successivo in un’intervista a Le Monde, il titolare del dicastero di via XX Settembre si è concesso anche un piglio autoritario. «La legge - ha sottolineato - conserverà il suo volto attuale».
Dopo qualche giorno, le proteste dei sindaci per i 4,1 miliardi di tagli, quelle di imprese e sindacati per il prelievo forzoso del Tfr e il disappunto della sinistra massimalista hanno indotto il timoniere a un primo cambio di rotta. Sabato 7 ottobre, al seminario di Orvieto per il costituendo Partito democratico, Prodi ha rassicurato gli alleati. «È chiaro - ha affermato - che nella Finanziaria procederemo a correzioni tecniche e ad adattamenti ma non rinunceremo assolutamente ai tre obiettivi di equità, risanamento e sviluppo».
Al convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria, nello stesso giorno, Padoa-Schioppa ha continuato a difendere la sua manovra. Tra i fischi. «Un’opera dai meriti straordinari. La critica che sono tutte tasse la respingo», ha detto. Tre giorni dopo all’Ecofin di Lussemburgo ha ampliato il concetto. «La Finanziaria che sarà approvata definitivamente a Natale - ha ribadito - sarà la stessa di ora. Il prelievo netto sul cittadino è una quota molto modesta della manovra». Anche il viceministro Vincenzo Visco, responsabile della politica fiscale, domenica 8 ottobre ha sottolineato che «la riforma delle aliquote Irpef ha un’impostazione equilibrata e giusta».
Il 10 ottobre è il vicepremier Rutelli a saltare giù dalla nave che affonda. «Non va enfatizzato il ruolo dei cosiddetti “volenterosi”, ma non demonizziamoli», ha detto a proposito del tavolo organizzato da Daniele Capezzone per correggere la manovra. Il Professore, però, ha scomunicato gli eretici delle modifiche precisando che «il governo ha una sua Finanziaria».
Che qualcosa non stia funzionando come dovrebbe è il segretario dei Ds, Piero Fassino, ad ammetterlo venerdì 13 ottobre da Napoli. «La manovra - ha detto - viene percepita dall’opinione pubblica come un intervento sull’ordinario e, invece, è sullo straordinario, sulla criticità». Padoa-Schioppa ha fatto orecchie da mercante. «È una Finanziaria più verde di quanto mi aspettassi», ha rimarcato il 17 ottobre lodandone l’ispirazione ambientalista. Il crollo dell’Unione nei sondaggi e la bocciatura delle agenzie di rating, però, hanno determinato numerose prese di distanza.
«Fra tre anni le aliquote scenderanno», si è affrettato a promettere Padoa-Schioppa in un’intervista all’Espresso del 20 ottobre. «La Finanziaria se è seria, scontenta tutti», lo ha rimbrottato Prodi dalla Finlandia. Ma la sintesi più chiara è emersa dalle parole del vicepremier Massimo D’Alema passato da «la Finanziaria è un miracolo» del 2 ottobre al «non siamo riusciti a ricreare il clima del ’96-98 che rendesse evidente la posta in gioco» di sabato scorso.