Quando è il marito ad accasarsi. Male

Ci sono uomini che affrontano il matrimonio come se dovessero fondare
una società e considerano la moglie una succursale. E altri che invece
finiscono risucchiati dalla famiglia-holding della consorte. Per essere
debitamente spolpati e infine espulsi

Entrambi ci occupiamo di coppie, entrambi siamo indispensabili alla coppia, ma c’è una differenza tra me e un prete: lui dà il via alla storia, io ne ratifico lo stop. Lui non sa come andrà a finire, io so come è cominciata e perché è finita. Il prete è la speranza, io sono la resa dei conti. Il prete declama, severo: «Quello che Dio ha unito, l’uomo non lo separi»; io, donna, separo invece coloro che non Dio, ma una donna ha unito.

Mi sono convinta, infatti, dopo anni di navigazione dolorosa nei divorzi, che sono le donne a scegliere gli uomini che le sceglieranno e le sposeranno. Come sono le donne - almeno nel 75% dei casi - a decidere che da quegli uomini si vogliono separare. Lo dice l’Istat, ma lo posso confermare dalla mia trincea quotidiana. Ciò che l’Istat ancora non dice, ma che io posso anticipare, è come gli uomini affrontano il matrimonio e come e perché si arriva alla separazione.
Dunque: un certo tipo di uomo, nello sposarsi, si comporta come se dovesse aprire una ditta. Il nome è suo, così anche il capitale, il prodotto e l’avviamento. La moglie non conta se non perché è strumento funzionale al raggiungimento dell’obiettivo. Fare figli e curare il magazzino, grate di avere un tetto e mangiare. Per questi mariti, la richiesta di separazione è quasi uno scoop: non era stato messo in conto che la moglie avesse dei diritti, una identità, dei bisogni. Anzi, in tribunale si difendono dicendo di aver dato tanto, troppo e di essere a credito anziché soggetti di obbligazioni. Inconsapevoli della solidarietà coniugale, delle obbligazioni economiche conseguenti, dei diritti a essere e ad avere che nascono dal matrimonio.

Altri uomini affrontano il matrimonio come se dovessero fondare una società. È, in fondo, la giusta normalità. Alcuni di questi rispettano l’assegnazione di quote al 50 per cento, consapevoli della parità giuridica dei coniugi; altri, invece, pretendono il 90% o si accontentano del 10%, a seconda del temperamento o del genere di donna dalla quale sono stati scelti. Le separazioni convalidano o rivoluzionano le percentuali che nel tempo si sono assestate. E, di conseguenza, capitale e responsabilità da spartire quando la società viene liquidata. Anche questi, in corrette proporzioni a seconda del carattere della moglie che, se remissiva, subisce, se appagata conferma, ma che strepita e si vendica fino alla disfatta del marito se frustrata e rancorosa.

Ci sono poi gli uomini che considerano l’unica famiglia degna di onore la propria di origine. Dalla quale non intendono staccarsi. La moglie, pertanto, viene da loro trattata alla stregua di una sorta di annessione alla società principale, una specie di succursale. Una filiazione della casa madre, destinata, appunto, nella sua unica funzione di fattrice, a fare figli per accrescere l’importanza e la diffusione del marchio di fabbrica. Non vi posso dire la tragedia, quando la moglie non ne può più e vuole uscire dalla claustrofobica situazione per riappropriarsi di una propria e singolare vita: il marito la giudica un’ingrata e vorrebbe punirla, ma, nello stesso tempo, non può pensare di far fallire un’agenzia, emanazione della società capogruppo; dunque, le trattative per l’accordo economico sono estenuanti e all’insegna del principio «il bilancio continuo a controllarlo io». Purché il marchio mantenga la sua forza, il marito cederà sulla quantità di denaro, ma non sull’amministrazione e il controllo contabile.

Ci sono infine uomini che, dopo essere stati con lungimiranza scelti da un’intera e organizzatissima famiglia, vengono puntigliosamente sedotti dalla delegata e abile nubenda, per essere poi fusi per incorporazione nella solida società familiare della moglie. La potentissima holding non offre, da quel momento, alcuna chance operativa al malcapitato. Che è costretto a diventare orfano della propria originaria famiglia. Egli, convinto della bontà dell’affare, si consegna beotamente all’amministratore delegato (la moglie), segue diligentemente i suggerimenti del direttore commerciale (un familiare di lei) e paga rispettosamente le note del direttore finanziario (un altro familiare).

Incorporato e fuso com’è, in pratica un servo muto, non ha più la visione obiettiva delle operazioni societarie e non chiede il rendiconto dei suoi investimenti personali. Ha la sensazione di essere trattato come il presidente del gruppo, finché non deflagra, improvvisa e inaspettata, la richiesta di separazione. Che tale non è, manifestandosi invece in un vero e proprio ripudio dell’inglobato. Eppure, la confusione del nostro è tale che egli, pur rendendosi finalmente conto di non essere stato mai il presidente dell’azienda-famiglia, pur avendo qualche dubbio sul fatto che la moglie possa aver equivocato tra matrimonio e patrimonio, pur giustificando con la solidarietà familiare il comportamento compatto e famelico dei congiunti, pur essendo di colpo stato espulso dalle case e dagli affari di famiglia, è portato ad apprezzare il comportamento della consorte. Che, diversamente dalle mogli degli amici, non pretende alcun assegno di mantenimento, purché egli veda i figli - l'unico bene rimastogli - secondo un calendario risicato da lei predefinito. Anzi, prescritto dallo statuto dell'impresa familiare nel caso, certissimo, di espulsione dell'intruso finanziatore a perdere.

Ebbene, quel prete, con quegli sguardi severi e minacciosi nella mia direzione quando declama la famosa frase sull’uomo che non separi ciò che Dio unisce, è proprio convinto di non dover fare sciogliere neppure queste associazioni a delinquere, nelle quali uomini e donne sono vittime di un crimine organizzato?