QUANDO IL MEDICO DIVENTA PAZIENTE

Tre illustri luminari si ammalano in modo serio e da quel momento sono costretti a guardare la vita con gli occhi del paziente anziché del medico. Cambia tutto: le prospettive, i punti di vista sull'esistenza, la gerarchia dei valori, la stessa valutazione critica del mondo sanitario cui appartengono da anni. Ne viene fuori una testimonianza ricca di interesse e di umanità, spesso toccante ma disseminata qua e là di quei risvolti ironici che non di rado le grandi difficoltà riescono a far emergere. Tutto questo condensato di vita vissuta viene raccolto dal giornalista Paolo Barnard, che per conto di Rai Educational costruisce una puntata de La storia siamo noi dal titolo «Nemesi medica» (lunedì su Raitre, ore 23,40), con la coda di una intervista in studio condotta da Giovanni Minoli al cardiologo Sandro Bartoccioni, uno dei tre medici colpiti dalla malattia (insieme all'oncologo Gianni Buonadonna e al chirurgo toracico Francesco Sartori) che hanno voluto rendersi disponibili per fornire il proprio racconto davanti alle telecamere, raccoglierlo in un libro di recente uscita intitolato Dall'altra parte e predisporre un «decalogo per una medicina diversa» da sottoporre al ministero della Sanità. Molteplici gli spunti di riflessione che un medico toccato in prima persona dalla malattia può fornire a un mondo sanitario spesso accusato, a ragione, di non tenere nel debito conto il punto di vista del paziente, la sua richiesta di attenzione e di un rapporto il più possibile sganciato dalla impersonale burocrazia ospedaliera. A questo riguardo proprio il professor Bartoccioni ha posto in rilievo alcuni punti di grande sofferenza in chi si trova catapultato e subito dopo impigliato nelle spire della ricerca del «medico giusto», della competenza adatta, con il rischio di doversi sobbarcare inutili peregrinazioni alla ricerca di un aiuto che il più delle volte era disponibile a portata di mano. Rimangono impresse nella memoria, nel corso delle interviste raccolte, alcune stilettate polemiche rivolte alla superficiale disinvoltura con cui certi medici vaticinano con grande sicumera prognosi infauste («Ti dicono: “ha sei mesi di vita”, mai cinque o sette, sono affezionati ai sei mesi. Eppure si sa così poco del corpo umano e delle sue reazioni, come si possono fare certe previsioni con tanta leggerezza?»). Efficace anche l'immagine a cui il professor Bartoccioni ha voluto affidare la spiegazione di come la malattia, insieme al dolore e allo smarrimento, possa portare anche un ricco contributo di conoscenza: «La malattia mi ha costretto a vivere un altro film, a immergermi in una sorta di seconda vita, di nuovi contatti umani, ad accorgermi della bellezza e importanza di tanti aspetti quotidiani che sottovalutiamo».