Quando Milano pagava il conto al terrorismo

H a raccontato al Giornale Luciana Bazzega che la mattina del 15 dicembre 1976 il figlio Giorgio, un bambino, cominciò a strillare: «Papà non torna più». Una premonizione terribile, purtroppo esatta: in quelle stesse ore l’agente Sergio Bazzega moriva in un conflitto a fuoco con il brigatista Walter Alasia a Sesto San Giovanni. Quella mattina la vita della famiglia Bazzega fu sconvolta per sempre e la vedova nell’intervista concessa al Giornale, la prima dopo un lunghissimo silenzio, ha descritto le proprie difficoltà per sopravvivere e le umiliazioni subite per tanti anni; ad esempio nel vedere tutti i giorni, mentre andava a lavorare, le scritte sui muri che inneggiavano ad Alasia. «Nessuno - spiegava Luciana Bazzega - le ha mai cancellate».
Giorgio Bazzega è fra i protagonisti di «Vi.Te.», la mostra che si apre oggi al Leone XIII e che affronta gli anni di piombo e quelli delle stragi. Cinquantacinque pannelli densi di foto, ricordi, impressioni, considerazioni con un tratto distintivo: questa volta a parlare non sono gli storici e nemmeno i giornalisti, ma le vittime o meglio i figli, le figlie, chi è stato segnato dal dolore.
Il dramma di Giorgio Bazzega è lo stesso di Benedetta Tobagi, figlia di Walter Tobagi, astro nascente del giornalismo italiano stroncato sempre a Milano nel 1980. Gli studenti dell’Università di Trento, autori del libro Sedie vuote, intervisteranno oggi proprio Bazzega e la Tobagi. Con loro, dialogheranno anche Carlo Arnoldi e Paolo Silva, i cui padri morirono il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana.
È proprio piazza Fontana l’incipit di quella lunga stagione di sangue e di follia che trova a Milano il suo epicentro. A Milano nel marzo 1972 le Brigate rosse compiono la prima impresa di un qualche rilievo: il sequestro del dirigente della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini; negli stessi giorni muore a Segrate, sotto un traliccio, Giangiacomo Feltrinelli, l’editore che sognava la rivoluzione. Due mesi più tardi, il 17 maggio, in via Cherubini, un sicario abbatte il commissario Luigi Calabresi, a sua volta sospettato da molti militanti accecati dall’ideologia di essere il principale responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, l’anarchico precipitato da una finestra della Questura il 15 dicembre 1969. Il delitto Calabresi è il primo degli anni di piombo e purtroppo quella del commissario sarà la prima croce di una Spoon River senza fine. Bazzega muore nel ’76, vittima di quelle Brigate rosse che hanno ucciso per la prima volta a Padova nel ’74. Sempre nel ’76 Prima linea, l’altra grande organizzazione armata dell’ultrasinistra, firma a Milano il primo delitto: l’uccisione dell’avvocato Enrico Pedenovi. Poi gli omicidi si susseguono ad un ritmo frenetico fino all’inizio degli anni Ottanta. E Milano e la Lombardia, perimetro della mostra, sono il palcoscenico della violenza. Rossa o nera. Spontanea o di stato. Muoiono i giudici, come Galli e Alessandrini, esplodono le bombe cieche e misteriose che provocano lutti su lutti: piazza Fontana, Piazza della Loggia a Brescia, la Questura di Milano.
Anche le gambizzazioni sono all’ordine del giorno: basti ricordare il ferimento di Indro Montanelli, il più celebre giornalista italiano, o quello di Antonio Iosa, presidente della Fondazione Perini e animatore della mostra, da oggi al Leone XIII.
Poi nel marzo ’78 viene rapito Aldo Moro. La sua cattura segna il punto più alto dell’efficienza brigatista ma anche l’inizio della fine. Le Br nel momento in cui uccidono Moro perdono ogni possibilità di penetrare nella società e diventano un relitto del passato. Paradossalmente, in questa fase finale omicidi e ferimenti crescono a dismisura, ormai i terroristi fanno funzionare una catena di montaggio degli attentati. Fino agli arresti dei primi anni Ottanta e allo smantellamento delle organizzazioni.
La stagione del sangue declina e si esaurisce. Resta il dolore. Tanti, troppi i morti. Di destra. Di sinistra. Senza colore, se non quello della speranza. Molti rischiano di rimanere prigionieri di quella sofferenza così sproporzionata. Antonia Custra, figlia dell’agente Antonino, morto in via De Amicis il 15 maggio 1977, per mano del terrorismo autonomo, racconta che solo l’incontro con Mario Calabresi, il figlio del commissario Luigi, l’ha risvegliata dal suo isolamento, le ha tolto la paura di esplorare quel che era stato, la storia del padre, la vicenda processuale. Fino a volerne sapere di più sugli assassini. E fino ad incontrare con coraggio e quasi con temerarietà, Mario Ferrandi, ritenuto dalla magistratura il killer del padre. C’è anche lei, fra le persone cui la mostra ha dato voce.
Quei pannelli contribuiscono a ricostruire un pezzo di storia italiana. Tragica e feroce. Una storia che dev’essere limpidamente affrontata se si vuole arrivare ad una memoria condivisa. E a una pace duratura fra chi per anni si è combattuto e odiato.