Quando Milano stroncava le «smargiassate» di Marinetti e compagni

Nel novembre 1909 il dirigibile Leonardo di Enrico Forlanini vola maestoso sul Duomo e poco più in là la Gazzetta dello sport ha organizzato la prima Esposizione italiana di Avia- zione. Negli stessi giorni Guglielmo Marconi vince il Nobel per la Fisica. Milano, dunque, sembra l'avamposto di uno sviluppo tecnico scientifico dalle strabilianti promesse. Eppure F.T. Marinetti, che di quel futuro che pare avvicinarsi a grandi balzi è profeta e sacerdote, con la città ha vita difficile. Nell'ultimo punto, l'undicesimo, del suo Manifesto per il Futurismo pubblicato mesi prima, il 20 febbraio, aveva scritto: «Noi canteremo... il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce come una bandiera» ma aveva concluso con l'intenzione «travol- gente e incendiaria» di «liberare il paese dalla sua fetida cancrena di professori, archeologi, ciceroni e antiquari».
Una dichiarazione di guerra, seppure artistica. Che Marinetti, gran stratega della comunicazione, sapeva però di poter combattere solo nella Milano capitale dell'editoria, della lirica, della prosa, della musica, insomma della cultura, oltre che della finanza e del commercio. Per questo la sua provocazione, l'«abitudine all'energia e alla temerità», non poteva non avere il suo quartier generale nel salotto cittadino, in Galleria. È ai tavoli del Savini, tra l'élite ambrosiana, che Marinetti deve far lievitare il suo messaggio rivoluzionario. «Dal Savini - ricorderà lo scrittore Carlo Linati nel suo libro "Milano d'allora" edito nel 1946 - Marinetti partiva per la sua serata: maggiorina in testa e bastone, accompagnato dai suoi fedeli. E dopo un paio d'ore di battagliare feroce con il pubblico se ne tornava, con lo sparato sporco e stazzonato, quasi afono per il grande urlare, a volte insanguinato per le botte date e ricevute e magari senza una scarpa persa nel parapiglia e sostituita con una ciabatta di fortuna». Marinetti allora si sedeva al tavolo per cenare ma, ricorda ancora Linati, era già «sazio d'urla, di pugni, di cazzottature, di parole roventi contro quei crapponi milanesi che non volevano intendere la grandezza del verbo futurista e la sbeffeggiavano». Era l'esaltazione «dello schiaffo e del pugno» che si imponeva. Nel 1911 i pittori futuristi espongono nell'ex Padiglione Ricordi, a Porta Vittoria, in una mostra organizzata dalla Società Umanitaria a scopo benefico. Ardengo Soffici su "La Voce" li stronca definendo le loro opere «laide smargiassate di poco scrupolosi messeri». Un affronto. Boccioni, Carrà e Russolo, guidati dal capo, partono subito per Firenze. La «battaglia» è al caffè delle Giubbe Rosse, dove Boccioni schiaffeggia l'articolista scatenando un parapiglia interrotto solo dalla polizia. Dopo Marinetti scrive ad un amico: «Carissimo, a Firenze abbiamo inflitto due formidabili scazzottate ai passatisti della Voce Soffici e Prezzolini che hanno il viso deformato e coperto di cerotti». In quel periodo il pierrot sputafuoco di Leonetto Cappiello pubblicizza il Thermogène contro reumatismi e traumi... Ma non ci sono rimedi contro le chiassate, le baruffe e i tafferugli della Marinetti & C. che ha sede in corso Venezia 61. La sera del 21 aprile 1914 il Dal Verme ospita il Gran concerto futurista d'intonarumori. Un'orchestra di 18 elementi (tra cui 3 ululatori e un gorgogliatore) esegue tre spirali di rumori intonati composte e dirette da Luigi Russolo. Una nota della locandina invita i milanesi «ad ascoltare serenamente, senza ostilità preconcette, la nuova voluttà acustica armoniosa», ma la serata finisce con il pubblico impegnato in una plateale sinfonia di ortaggi. Tafferugli che escono dal teatro e continuano anche davanti al Savini. Più o meno come nel famoso quadro di Boccioni, «Rissa in Galleria», oggi a Brera.