Quando la moglie negò la grazia agli assassini

«Deve restare viva la memoria di chi è stato ucciso per aver servito lo Stato»

da Roma
Sta rientrando a casa come ogni sera, ma quella non è una sera come le altre. È il 20 marzo 1987 e Licio Giorgieri, generale dell’Aeronautica militare, ufficiale esperto dell’Arma Azzurra nel progetto sullo «scudo stellare» sta percorrendo via del Fontanile a Roma, quando un commando, che lo seguiva da giorni, lo uccide avvicinandosi alla sua auto e sparando cinque colpi a distanza ravvicinata.
Avevano già provato a ucciderlo qualche mese prima, il 15 dicembre 1986. Paolo Cassetta e Fabrizio Melorio, zigzagando su potenti motociclette, avevano dato un po’ troppo nell’occhio. L’attentato era andato a vuoto, ma alla seconda occasione i killer delle Brigate Rosse-Ucc avevano preparato tutto con cura, e Giorgieri era stato assassinato. In una sparatoria al Nomentano vennero arrestati insieme a Geraldina Colotti, altra esponente delle Ucc. I carabinieri scovarono presto gli altri terroristi del commando coinvolti nell’agguato.
Cinquantasei le persone inizialmente indagate. Il processo andò avanti tra colpi di scena, scarcerazioni, condanne pesantissime. Il 19 novembre 1991 la Cassazione annulla la sentenza contro Cassetta, Melorio e Colotti, confermando quella per Gioia, Maietta, Locusta e Percischetti. Un nuovo processo, e una nuova sentenza della Suprema Corte, a febbraio ’93 confermano la condanna d’appello bis per Melorio, Cassetta, Colotti e Mennella.
La vedova del generale, Giorgina Pellegrini, preside di una scuola media della capitale, ha rivelato di essersi opposta alla richiesta di grazia per un ex esponente del commando responsabile dell’omicidio, Francesco Maietta: «La memoria di chi è stato ucciso per aver servito lo Stato deve rimanere viva».