Quando Napolitano dimenticò la parola «comunismo»

Carissimo Granzotto, noto con vera gioia che gli interventi del nostro beneamato presidente della Repubblica si moltiplicano: ormai non v’ha dubbio alcuno su chi sia il presidente più garrulo della nostra Repubblica e dei suoi valori condivisi. Però non riesco, maldestro come sono, a trovare mediante San Google il testo degli articoli che l’allora onorevole Napolitano scrisse, come direttore e/o collaboratore dell’Unità, in occasione dei pacifici interventi dell’Urss a Budapest e a Praga. Forse lei dispone di altre fonti. Potrebbe aiutarmi? La ringrazio sentitamente.
Genova

Ho il sospetto, caro Simonetti, che la sua sia una domanda retorica. Le dichiarazioni di Giorgio Napolitano sull’intervento dei panzer sovietici in Ungheria è infatti un classico della letteratura politica facilmente reperibile in formato digitale o cartaceo che sia. Però sto al gioco, ha visto mai che qualche lettore non ne sia - anche se mi parrebbe strano - a conoscenza. Va precisato che Napolitano non prese la parola in Parlamento - siamo nel novembre del 1956 - per argomentare sui fatti di Budapest, cosa che il Partito comunista avrebbe volentieri evitato di fare, ma per attaccare a testa bassa e in nome del centralismo democratico Antonio Giolitti e atri dirigenti del Pci che proprio per quei fatti avevano lasciato il partito. «Come si può non polemizzare aspramente col compagno Giolitti - disse il compagno Napolitano - quando egli afferma che oltre che in Polonia anche in Ungheria hanno difeso il partito non quelli che hanno taciuto ma quelli che hanno criticato? È assurdo oggi continuare a negare che all’interno del partito ungherese non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice di fazioni, giungendo a fare appello alle masse contro il partito». Sistemato Giolitti, il nostro buon presidente della Repubblica espresse poi quel concetto - l’intervento dell’Urss «ha contribuito in misura decisiva, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss, ma a salvare la pace nel mondo» - che resta e resterà per i secoli a venire oltre che una smaccata menzogna, la più abietta espressione dell’ipocrisia e della disonestà intellettuale comunista. Alle quali ha dato voce, senza batter ciglio e anzi con burbanza di militante, Giorgio Napolitano. Il quale ha lasciato trascorrere mezzo secolo tondo tondo prima di decidersi a fare in un certo qual modo ammenda. Come ben ricordiamo, fu nel settembre del 2006, allorché volle rendere omaggio alle 25mila vittime della repressione sovietica. Ma anche in quell’occasione, con le reticenze del vecchio compagno e cioè senza mai accennare alle responsabilità sue e del Pci. Anzi, se ricordo bene e mi par proprio di ricordare bene, senza mai pronunciare la parola «comunismo». A conferma che nonostante s’affannino a rimpannucciarsi da democratici e magari anche «sinceri», semel abbas, semper abbas: i compagni quello restano, compagni.
Paolo Granzotto