Quando le nostre Dame cucinavano la minestra

Dai primi 700 piatti serviti ai poveri nel 1866 dalle nobildonne vincenziane a oggi: storia di un movimento che festeggia 150 anni di vita

Milano 1857. In città la povertà dilaga. Non c’è lavoro. Le strade al di là dei Bastioni sono già periferia. San Simpliciano non è la chiesa dell’elegante Brera, ma la parrocchia di Porta Comasina «uno dei quartieri più poveri e popolosi». Corso Magenta non è la nobile strada che oggi conosciamo ma un’avanguardia della miseria. Ed è proprio qui e in questo anno che una nobildonna dal cognome illustre Elisa Melzi d’Eril Sardi «secondata da dodici signore» - come si legge in un documento dell’epoca - decide che parte del loro tempo deve essere dedicato a chi vive nella disperazione. È il 19 novembre, il freddo è alle porte e le «Dame» ispirate ai principi di San Vincenzo vanno a trovare le famiglie in difficoltà, nei rioni più lontani dai loro ricchi palazzi per distribuire non solo parole di conforto, ma anche soldi e soprattutto cibo. Bastano pochi primi passi lungo le vie della disperazione per capire che quello che serve prima delle parole è da mangiare.
È il 1866 quando le «Dame» milanesi riescono ad aprire presso la «misericordia» di corso Magenta il primo distributorio. Un luogo che distribuisce la «minestra», una per ogni persona della famiglia. Una minestra di cui san Vincenzo aveva scritto personalmente la ricetta, perché fosse «nutriente e buona». Il primo anno per tutto l’inverno dame e suore cucinano e distribuiscono 700 minestre nei quartieri. Trascorrono anni e minestre. Accadono molte cose. Ma neanche la guerra riesce a fermare quell’attività che resisterà ogni inverno da novembre a febbraio allargandosi via via a macchia d’olio in varie zone della città. «In tempo di guerra - ricorda l’attuale presidente Patricia Terzi - le volontarie sfollate facevano a turno per venire a fare questo servizio». Gli enormi pentoloni venivano anche caricati su carretti e portati nelle zone più bisognose.
Da allora sono passati 150 anni. A ripercorrerne la storia ci sono un libro e - oggi - un convegno. Le volontarie non si fanno più chiamare «Dame della carità». Il nome è diventato «Gruppi di volontariato vincenziano». Al loro fianco le suore non portano più quel particolare cappellone con le punte inamidate che probabilmente qualcuno ancora si ricorderà - visto che lo hanno indossato fino al 1964 - ma lo spirito pur nell’evoluzione dei tempi è rimasto intatto. Portare aiuto laddove ce n’è bisogno. Ai margini, ai confini, nei quartieri più poveri. Così come aveva appunto indicato San Vincenzo de’ Paoli nel ’600 convinto che la carità per essere efficace doveva essere organizzata e che l’aiuto andava portato sul campo. A quell’appello a Milano dal 1857 a oggi hanno risposte centinaia di «dame» tramandandosi il «servizio» di madre in figlia. L’attività continua a ancora. Le volontarie ancora prevalentemente donne sono 140 alle quali si affiancano altrettanti simpatizzanti non soci ma persone attive nei tre centri di Cinisello, Ponte Lambro, Baggio e allo Stadera dove vengono seguiti soprattutto gli anziani. Le minestre non vengono più cucinate, ma chi ha bisogno viene sostenuto talvolta anche economicamente e aiutato a superare il disagio.