Quando gli omosessuali facevano cronaca (nera)

Una vicenda milanese nel 1909 travolse 15 pompieri e costrinse il sindaco a dimettersi

Milano, 1909. Una ridda di pettegolezzi investe la caserma dei Vigili del Fuoco, attentando alla reputazione di un Corpo stimato da tutti i cittadini. Settimanali satirici a caccia dello scandalo, ma anche giornali moderati come Il Corriere della Sera riportano in prima pagina la vicenda che subito diventa pubblica. Dall’inchiesta intrapresa dalla Giunta comunale, si viene a sapere che gentiluomini dal ricco conto in banca e dalla moralità incensurata si incontravano furtivamente in caserma per avere rapporti omosessuali coi pompieri. Undici di essi vengono sospesi dal servizio e quattro licenziati in tronco, in quanto rei confessi. Paolo Valera, scrittore scapigliato e intransigente censore dell’«oscarwildismo», aveva descritto le loro abitudini: «Indossavano pellicce da signori, avevano alle dita anelli con brillanti, mangiavano come persone dal palato ducale e scarrozzavano e spendevano e si davano a tutti i lussi». Il caso destò scalpore per settimane: alla fine, travolti dallo scandalo, nella lista dei corruttori apparvero illustri avvocati e persone insospettabili. Tra questi, il figlio del sindaco, il marchese Ponti, costretto a dare le dimissioni.
Eppure di fatti clamorosi legati all’omosessualità in Italia ce n’erano già stati a iosa. Ne offre ora un inventario Enrico Oliari che nel volume L’omo delinquente. Scandali e delitti gay dall’Unità a Giolitti (Prospettiva, pp. 220, euro 12) percorre circa cinquant’anni di scabrosità e misfatti licenziosi, spesso finiti in tragedia. Gli avvenimenti raccontati risalgono a un periodo dominato dalla scienza positivista che vedeva nell’omosessualità, oltre che un peccato, anche una malattia. Paolo Mantegazza, il medico darwiniano autore della Fisiologia del piacere, scriveva che «l'amore fra i maschi è uno dei fatti più orribili dell’umana psicologia»; Valera, invece, più desideroso di metterla sul sociale, faceva della «religione degli invertiti» un costume tipico dell’estetismo delle classi più elevate.
In realtà, sfogliando giornali e periodici da un secolo e mezzo a questa parte, i fatti di cronaca nera emersi nell’universo gay coinvolgono ambienti assai diversi tra loro. Talvolta nella perversione «pederasta» sono finiti anche personaggi famosi. È il caso del magnate tedesco Krupp, proprietario di acciaierie che gli valsero un patrimonio maggiore di quello del kaiser Guglielmo II. L'industriale si trasferì nel 1898 a Capri, l'isola ritenuta già dai tempi di Tiberio una specie di regno delle libertà e che divenne all'inizio del Novecento una delle mete più frequentate del turismo omosessuale. A diffondere le notizie sulle abitudini di Krupp fu Edoardo Scarfoglio, che sulle pagine de Il Mattino lo aveva soprannominato con l’epiteto allusivo di «re dei cannoni e dei capitoni». Giornali di tutta Europa si interessarono alle turpitudini del milionario, che reclutava ragazzini privi di scrupoli per compiacere i suoi vizi e quelli degli amici della sua cerchia. Costretto a tornare in Germania da feroci campagne di stampa, fu trovato esanime nella sua villa in circostanze misteriose.
Nell’occhio del ciclone, qualche anno più tardi, finì un altro tedesco, il barone von Plueschow, un ardito fotografo che, trasferitosi a Roma, andava alla ricerca di adolescenti disposti a posare per lui. Il padre di uno degli adescati lo denunciò per aver commesso atti di libidine: dal processo emerse che Pleuschow custodiva una collezione di ritratti di giovani in pose compromettenti, che egli vendeva alla clientela. Si trattava di arte o di vile pornografia? Prevalse la seconda ipotesi: la Corte sentenziò che lo scopo delle fotografie era «infiammare i pervertiti che si dilettano di tali laidezze e di facilitare con tal mezzo la corruzione di minorenni suoi modelli e lo sfogo di appetiti pederastici dei suoi clienti».
Un capitolo a parte spetta poi ai delitti maturati negli ambienti ecclesiastici, in particolar modo nei collegi religiosi. Fece rumore, ad esempio, la vicenda di padre Stanislao Ceresa, barnabita conosciuto per una non spregevole attività poetica. Il religioso venne accusato nel 1873 di aver costretto i blasonati allievi del suo collegio di Monza a compiere «atti turpissimi». Dopo aver provato la fuga in Svizzera, Padre Ceresa si costituì e finì in carcere per dieci anni. Teatro di vicende simili furono più tardi, nel 1904, l’istituto dei Marianisti a Pallanza sul Lago Maggiore e, nel 1907, il collegio dei padri Salesiani di Varazze, in cui erano all’ordine del giorno messe nere e atti sessuali tra i frati e gli studenti convittori o le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena.
Altre volte, siffatti rapporti, non proprio consoni a chi indossa l’abito talare, finiranno in un bagno di sangue e alimenteranno la pubblicistica anticlericale: settimanali satirici come L'Asino, diretto da quell’infervorato mangiapreti che fu Guido Podrecca, ebbero grande fortuna presso il pubblico satireggiando il mondo ecclesiastico e denunciandone la corruzione. Indice di questi livori fu una vignetta che ebbe notevole eco. Vi compare il papa, informato dal suo segretario del dilagare dell’omosessualità, una parola che egli sembra ignorare: «Sarà un'altra tendenza del modernismo!». E il segretario: «Oh, Santità, nella Chiesa è una tendenza antica!».