Quando Ondina duellava con il vento

Il suo tempo di 11”6 sugli 80 ostacoli fu primato mondiale

Chiuse gli occhi e si gettò sul filo. Poi ci vollero 28 minuti perché la Kirby, la camera che all’epoca significava fotofinish, decidesse com’era andata esattamente. Un’eternità per quattro ragazze che avevano messo poco più di undici secondi a correre 80 metri, ma ad ostacoli. Così nacque la leggenda di Ondina Valla, che oggi ha 90 anni e che in qualche angolo della sua memoria racchiude ancora gelosamente quello stadio, tornato famoso per l’Italia dello sport grazie al successo mondiale della nazionale di calcio, quel momento di tensione, stanchezza, felicità, la stretta di mano di Hitler, eppoi la foto a fianco di Mussolini quando venne accolta a palazzo Venezia. Ondina era una bella ragazza, effervescente, linea slanciata, capelli biondi che nel tempo avrebbero preso una tinta ramata. Aveva solo vent’anni. Chi altri poteva scegliere il Duce, fra i campioni di quel kolossal targato Berlino 1936?
Ora Ondina non racconta più quelle sue meravigliose avventure d’atleta, il tempo lascia gli anni ma corrode il resto: memoria, parole, spegne tante lucine del cervello. Il 6 agosto è stato il settantesimo compleanno di quella medaglia d’oro, la prima di una donna italiana alle Olimpiadi. La nostra atletica lo celebrerà tornando in campo: più o meno alla stessa ora in cui Ondina vinse, a Goteborg sono stati inaugurati i campionati europei.
Anche oggi che lo sport azzurro ci regala ragazze in gamba e campionesse di fascino, Ondina Valla resta la prima donna e una primadonna. Vive a L’Aquila, ha un figlio che racconta di lei, mentre il marito, Guglielmo De Lucchi, è morto nel 1964. Lui era un medico, conosciuto a Bologna, la sua città natale, per un mal di schiena da curare e ginocchia da rimettere in sesto. Erano gli anni Quaranta, Ondina stava per mollare con l’atletica. Racconta il figlio: «Eppure non si distaccò mai da quel mondo che amava, partecipava ai raduni di vecchie glorie, era piena di vita, si dedicò ad una attività imprenditoriale tra L’Aquila, Roma e Bologna». Pure in famiglia si faceva chiamare Ondina, perché il vero nome, Trebisonda, doveva esserle indigesto. E forse adatto a una cantante lirica, non a una gazzella o a una antilope bionda, come nel tempo venne descritta. Il papà amava la città turca, lei avrebbe potuto odiarla. Ondina fu un vezzeggiativo pescato da Marina Zanetti, responsabile della squadra femminile d’atletica, che a 14 anni pensò di dimezzare il peso del nome: diventò Onda e subito Ondina. Il resto accadde in pista. Ondina raggranellò tutti i primati possibili: 100 metri, 80 ostacoli, lungo, pentathlon, staffetta veloce. A 12 anni saltava già in alto un metro e 10. I francesi cominciarono a parlare di una «piccola meraviglia italiana». La nostra stampa la definì «il sole in un sorriso».
Ai Giochi di Berlino, la Valla vinse due volte: il 5 agosto, quando corse la semifinale degli 80 ostacoli in 11”6 ed eguagliò il primato del mondo. Quel giorno fu tutto bello e facile, le compagne le fecero assaggiare il sapore del trionfo. Il giorno seguente, Ondina aveva un gran mal di gambe, filò sul traguardo con la Steuer, la Taylor e Claudia Testoni, la sua avversaria di sempre, dalla quale avrebbe preso sonori schiaffi in altre gare. Stesso tempo per tutte (11”7): la Testoni quarta, Ondina prima. Raccontò un giorno: «La cosa più bella della mia vita d’atleta resta la semifinale, non la finale che mi ricorda una fatica penosa e molte amarezze connesse». Il Coni la premiò con una medaglia d’oro e 5000 lire. La federazione dormì. Il presidente della sua società la accompagnò per negozi: per farle un regalo. «Voglio un cronometro», disse lei. Le piacevano i crono d’oro da novecento lire, ma il presidente gliene offrì uno di metallo da 450. Si accontentò, ma non se lo gustò.