Quando gli operai dicevano fieri: «Il padrone? Qui è la collettività»

Ma nessuno propose di rispondere all’offerta di Nissan che cercava stabilimenti per la Micra

da Milano

Nostalgia di auto dalle forme sinuose. Prede inseguite come simbolo della fantasia made in Italy. «Negli Anni '70 quasi ventimila lavoratori varcavano ogni giorno i cancelli di Arese... Nello stabilimento c'era un ciclo produttivo completo, dal rottame grezzo alle autovetture fiammanti...». Nelle parole di Mario Agostinelli, dirigente della Cgil, riprese nel suo libro dal professor Pietro Ichino al capitolo iniziale, intitolato «Alfa cronaca di un naufragio» emerge, come lui stesso sottolinea, tutta la nostalgia per un'azienda, «considerata dalla sinistra una fabbrica ideale. L'Alfa aveva il grande merito di non appartenere ad un padrone privato come la Fiat degli Agnelli».
«Qui non lavori per un padrone, lavori per la collettività», era lo slogan orgoglioso degli operai dell'Alfa negli anni ruggenti. «Anche se già trent'anni fa - rileva Ichino - erano in molti convinti del contrario, cioè che fosse la collettività a lavorare per l'Alfa, poiché dagli Anni Sessanta in poi il bilancio dell'impresa è stato sempre in perdita». In proposito merita di venir segnalata una curiosità illuminante. Legata ad una visita di Gianni Agnelli ad Arese, in occasione del lancio di un nuovo modello, durante la quale l'Avvocato manifestò un sincero apprezzamento per la vettura. L'amministratore delegato dell'Alfa, Luraghi, compiaciuto, offerse all'avvocato di fargliene avere una a prezzo di costo. Ma questi rispose: «No, per carità, preferisco il prezzo di listino». Vero che, riconosce Ichino, delle partecipazioni statali l'Alfa Romeo era il fiore all’occhiello e solo chi ha guidato una «Giulietta» in quegli anni può capire come l'amore per quella grande fabbrica di Stato potesse nutrirsi anche di voluttà ineffabili.
Ma poi? Cosa è accaduto poi? È accaduto che i sindacati hanno pilotato un naufragio clamoroso. Cinque anni fa quando la Fiat decise di chiudere Arese la giapponese Nissan cercava in Europa un posto dove dislocare la produzione della Micra per il mercato comunitario. Si candidarono, oltre al sito inglese di Sunderland, dove già la Nissan si era stabilita da tempo, una località spagnola e una francese; non si candidò Arese, dove pure in quel momento duemila lavoratori stavano perdendo il lavoro. Perché questa rinuncia? La gara venne vinta dalla Gran Bretagna. Nello stabilimento inglese scelto dalla Nissan il lavoro è oggi retribuito il doppio di quello dei metalmeccanici italiani, è sicuro e altamente qualificato. Perché neppure uno dei cinque sindacati presenti all'Alfa ha proposto di sperimentare un rapporto di lavoro diverso per un accordo con un investitore straniero?