Quando Paolini, in piena crisi, ci ricorda da dove veniamo

Per un suo conterraneo-coetaneo come lo sono io, il teatro di Marco
Paolini è un tuffo nella storia e un divertimento in un colpo solo.
Soprattutto il teatro sentimentale, forse ancor più di quello civile

Milano - Per un suo conterraneo-coetaneo come lo sono io, il teatro di Marco Paolini è un tuffo nella storia e un divertimento in un colpo solo. Soprattutto il teatro sentimentale, forse ancor più di quello civile, come si può targare quello andato in onda l’altra sera su La7 per oltre due ore, senza interruzioni pubblicitarie.

La macchina del capo - Racconto di Capodanno, trasmesso dall’ex tribunale di Padova, dove Paolini si è presentato con una grossa palla di neve che ha lanciato sul pubblico in prevalenza giovane («vado in televisione io e nevica») è un lungo monologo autobiografico dell’attore nei panni di Nicola, figlio di ferroviere nel Veneto dei Sessanta, di cui non si perde una parola un’immagine un’iperbole, pur nel misto italiano-dialetto. E forse proprio nella commistione e nel recupero linguistico sta il meglio del racconto di Nicola-Paolini, un ragazzo incerto se da grande farà il ferroviere o il parcheggiatore di autoscontri. Parole rimosse, sommerse, perdute sotto stratificazioni di anglo-italiano, gerghi internettiani, slang da sms, riportano a galla mondi e circostanze lontane senza cedimenti alla nostalgia, a rufianismi di maniera, adunate generazionali.

Si gioca a calcio in cortile e il pallone finisce oltre il muro del convento delle suore che non lo restituiscono, nonostante la promessa del branco di tornare a dottrina (non catechismo). Si va alle giostre (non al Luna park) e si prende a modello il boss degli autoscontri che sta dentro il pullman-biglietteria e quando scende in pedana guida la sua macchina con una gamba allungata fuori dal sedile. Si va dal pediatra con il timore che il ragazzo sia rachitico e lui fa le punture e ordina ricostituenti: «Una volta i ragazzi andavano a ricostituenti, oggi vanno a ricariche». Si va in colonia a Cattolica ed è un anticipo della naja (non servizio militare), con la signorina Susanna caposquadra, e si parte dal binario 11 (così tanti binari già allora?) della stazione affollata due ore prima dell’arrivo del treno. «Che toga la signorina Susanna» è il tormentone candido-malizioso, che oggi cavalcherebbe un altro aggettivo sostantivato.

«Ma non è teatro colpevolizzante. Non c’è l’approccio dell’adulto che dice: noi eravamo migliori», ha spiegato Paolini in una recente intervista alla Stampa. E non ci sono effetti nostalgici, ma ricerca della memoria, l’attore vero non calca la strada della nostalgia, ma «fa altro, produce un incanto, vicino allo straniamento».

E incanto è stato, per lo spettatore conterraneo-coetaneo. Ma anche per un altro milione e passa di persone, il 4,76 per cento di coloro che l’altra sera avevano acceso il televisore. Non è granché in termini numerici. Ma ogni tanto, soprattutto in tempi in cui continuiamo a lamentarci parlando di crisi e povertà, ricordare da dove veniamo, non guasta. Anzi.