Quando il Partito comunista guidò la guerriglia anti-Nixon

Eugenio Montale, futuro premio Nobel della letteratura, fu tra i pochi ad accettare di brindare con il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, repubblicano come George W. Bush, quando venne a Roma per la seconda volta nel '70. Il grande poeta sapeva a che cosa andava incontro. «In numero ristretto,/ setacciati ma anche esposti a sassaiole e insulti/ siamo invitati al banchetto/ per l'Ospite gradito...» ha scritto nella poesia dedicata all'evento (Nixon a Roma). Negli ultimi versi paragonò ai briganti i contestatori. «... Se i Briganti/ di Offenbach non si sono seduti ai nostri posti/ tutto sembra normale. Lo dice il direttore/ dei servizi speciali».
Quarant'anni dopo, per capire come siamo cambiati (peggiorando) si può partire da via Pontremoli, quartiere Appio. Su una facciata da giorni c'è scritto, senza che nessuno l'abbia cancellato: «Kill Bush»; concetto ripetuto appena giri l'angolo. «Uccidi Bush».
A confronto gli striscioni e le scritte di quarant'anni fa - eppure c'era la guerra in Vietnam - sembrano biglietti augurali: «Nixon go home» si legge sui cartelli, al massimo: «La Nato sarà il nostro Vietnam». La prima visita di Richard Nixon a Roma si svolse tra il 27 e il 28 febbraio 1969, accolto dall' «amico» Giuseppe Saragat, che allora era il presidente della Repubblica. Furono due giornate di guerriglia urbana (ci scappò anche il morto: uno studente, Domenico Congedo, scivolato però dal tetto della facoltà di Magistero occupata). Nel primo giorno 300 fermati. Il secondo 85 agenti e carabinieri all'ospedale, 400 i fermati.
A menare le mani però non erano solo i giovanotti del Movimento studentesco. Dirigeva la sinfonia il Partito comunista italiano. Titolone in prima pagina dell'Unità (28 febbraio): «Una giornata di lotta popolare per l'arrivo di Nixon in Italia». «Scatenata la violenza poliziesca nelle strade per stroncare la possente protesta antimperialista». Al Comitato centrale la Direzione del partito, con una relazione affidata a Giancarlo Pajetta, chiede «l’uscita del nostro Paese dalla Nato e delle basi militari Nato dall'Italia».
Il giorno dopo il concetto viene ribadito con una nota sempre sull'Unità: «L'Ufficio politico del Pci sottolinea il significato delle forti manifestazioni svoltesi nel Paese per protestare, in occasione della visita di Nixon, contro la politica imperialista degli Stati Uniti», e appoggia le «grandi masse di lavoratori, di cittadini, di giovani» che vogliono «l'uscita dal patto Atlantico». Dell'Ufficio politico facevano parte - per citare qualcuno - Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso.
Ora, Napolitano siede al Quirinale e riceverà Bush (Macaluso dà lezioni dal Riformista). Allora c'era la guerra in Vietnam, adesso in Irak. Allora, quando dal 27 al 30 settembre 1970 Nixon tornò a Roma, Eugenio Montale ruppe il conformismo della nostra intellighenzia. «... Non serve spazzolare/ sciarpe e ciarpame./ Saremo in pochi eletti/ sotto i flash, menzionati dai giornali/ del pomeriggio che nessuno legge». Divertito, anche, per il contrasto tra la «grande mobilitazione antimperialista» e il ricevimento: «L'Ospite è giunto; alcuni/ negano che sia stato sostituito/.../ Può darsi che il banchetto sia differito. Ma/ ai toast sorgiamo in piedi coi bicchieri e ci guardiamo in volto...» (segue il riferimento ai «briganti»). Oggi, ve lo immaginate - per dire - il «poeta dell'ottimismo» Tonino Guerra brindare con Bush?
pierangelo.maurizio
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